Logopea

Il Disulfiram di Simone Lucciola

In Libri on 11/06/2010 at 20:21

 

Se la poesia è fàrmakon, se di conseguenza il laboratorio in cui il suo demiurgo/sciamano pone in essere audaci alchimie è la leggendaria bottega metafisica sospesa nel tempo e nello spazio (la virtualità del tò àdyton nella classicità greca), Disulfiram (titolo ben mirato) crea e persegue una relazione ineffabile con la parola che cerca varchi/scappatoie dalle sabbie mobili degli stereotipi, in cui s’invescano (a volte certo in buona fede) anche i tentativi di dare un timbro (e uno spirito) anticonvenzionale, alternativo, nell’inestimabile campo aperto e fertile del comporre in pensiero emotivo.

Purtroppo oggi i fogli letterari, le fanzine e le riviste specializzate, o che presumono di essere tali, e peggio ancora i narcisismi su internet, ove è assai vago (e confuso) il concetto di Digital Hypertext Poetry (tutt’altro che sinergie creative tra poesia e computer!), non garantiscono più un flusso sanguigno di contributi ravvenanti; neanche, aggiungiamo noi, una ricombinazione olofonico-oloedrica, uno spostamento saussuriano delle aree di significato della lingua sino all’estremo limite di un logos già accettato/accertato (quantunque potenzialmente olometàbolo); tanto meno un Leistung accurato di fine scrematura.

Qualcosa c’è e si fa, ma non possiamo, nella specifica sede, essere di parte e bollare, con l’esclusione o l’inclusione, questa o quella testata.

Il giovane autore, felicemente contumace (nell’accezione di insoffribile) e per scelta disappartenente a circuiti ideologico-estetici, (ir)responsabili di incoraggiare barbare e incontrollabili clonazioni, che castrano come non mai l’autonomia dell’estro e l’autodirezione del pensiero emotivo, si stacca dalla penombra e fa la sua onesta proposta con una raccolta spiazzante che sin dalle prime pagine (“Bevo”, “Assenza di vento”, “Notturno itinerante”, “Dopocena in provincia”) assume i fascini di una samizdat in grado di contrastare con efficacia la fuffa che impecia senza freno periodici furbastri e blog autoreferenziali. A parte l’editoria mangiona che si arricchisce alle spalle dei velleitari.

Ben fortunato (e/o avveduto: non sappiamo) Perrone, che ha messo gli occhi sull’erba prodigiosa e nutriente della qualità, grazie anche al sagace filtro di Sandra Cervone, imprimendo effettivo slancio alla collana, proprio grazie a Disulfiram.

Antidoto alla tossicodipendenza della banalità e della ostentata millanteria di un anticonformismo d’argilla (e dove sono più i tempi e i protagonisti dell’avanguardia letteraria di Apollinaire, Max Jacob, Jean Cocteau, Radiguet, del surrealismo, del dadaismo, della Beat Generation di Ginsberg e di Burroughs?), Disulfiram incuba ed estrude dai suoi alambicchi – sotto il lucernario di una promettente genialità – intuizioni, esaltazioni, pulsioni anancastiche, dubbi a frammentazione, cadute luciferine, conflitti di coscienza di un giovane camminatore, spregiudicato e sincero, dalle intelligenze intra e interpersonale (privilegio – e dannazione? – degli artisti autentici), dai molteplici interessi – variati e speculari – che compongono un eccellente tessuto reticolare.

Si leggano e rileggano, in particolare, “Città leptospirotica”, “Patentati vespilloni” “Persol 649”.

La solitudine e la strada quali midrìasi della poesia, su cui indugia, nella sua prefazione, la curatrice della collana La luna e gli specchi, sono sì contenuti portanti di molti dei testi selezionati, e indubitabilmente alla base non soltanto della poetica di Simone Lucciola, ma di tutti i versoñadores, i poienauti da Corbière a Laforgue, da Breton a Soupault, da Kavafis a Vittorio Bodini, a Gregory Corso, Julia Hartwig, per tacere di Gabriele Frasca, Frixione, Zanzotto, Sanguineti; tuttavia – a nostro avviso – la weltanschauung dell’autore è laicamente affine alla condizione di assoluto di Niccolò Cusano (alterità fra intelletto umano e infinito, il principio del posse, il riconoscimento di sapere di non sapere, la docta ignorantia, che porta a interloquire con i nodi esistenziali indissolubili e irrisolvibili: condizione unica e propedeutica di una scrittura straniata/straniante che interpella in sottotraccia l’inconoscibile spenceriano e l’inconciliabilità fra reale/ideale, immanenza e trascendenza, tensione verso una speranza (afasica) e latitanza di valori.

Rebus omnibus orbus, tranne che del pertinace intelletto e di una salvifica curiositas, l’io poetante slalomista di Disulfiram rinuncia infine a diversa exsilia quærere (ammesso e non concesso che se ne ponga inconsciamente l’istanza), perché rifugio e ghetto, approdo ed emarginazione coesistono nella identica non-luoghità flessibile e soggettiva dell’ordinario e dell’extra-ordinario, del prosaico e del sognante illusorio.

Persino il concetto è di partenza, connaturato: ma esige quasi iussivamente di essere svelato, riconosciuto, ai labili confini di una dissacrazione del consacrabile/consacrato, attraversando le vertigini di un logos, che anche quando è o sembra sliricato, diretto, scarno, fiondante, stondato, ammiccante allo slang koinetico di ultima generazione, riserva rifrazioni oblique. Godibili e impertinenti:

Nuraghi senza senso la memoria ha scolpito / sedimentati a fortificazione di inutili matrioske. / Potenzialità in batteria, come schiumanti cavalli bardati di nebbia / riverberano sul bagnasciuga”.

Simone Lucciola Disulfiram – PerroneLab 2010, pp. 78, euro 10.

Armando Saveriano


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