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Leggendo Walcott

In Commenti on 29/07/2010 at 10:20

E’ ancora prematuro stabilire appieno che cosa abbia significato per me l’incontro con Derek Walcott, premio Nobel caraibico del quale ho appena letto Mappa del nuovo mondo e alcuni brani scelti dal suo ultimo volume Aironi bianchi, pubblicati qualche tempo fa sul mensile Poesia.

La scoperta di Walcott, considerato uno dei più grandi poeti del secolo scorso, è avvenuta casualmente, come del resto non di rado accade, fuori dal contesto scolastico, troppo tradizionale e ingabbiato in programmi ministeriali palesemente inadeguati. Tenuto conto che il Novecento italiano è affrontato in maniera sommaria, tralasciando o trascurando autori di forte interesse, figuriamoci cosa può accadere nell’ambito della letteratura internazionale.

Intanto, perché proprio Walcott? Debbo ammettere che la mia nascente curiosità per la sua opera è stata stimolata dall’eco del prestigioso premio Nobel per la letteratura assegnatogli nel 1992. E’ assai comune il fatto che un autore venga preso in considerazione solo quando la sua fama tocca i vertici della popolarità, mentre scrittori ugualmente meritevoli, non altrettanto favoriti dalla sorte, rischiano seriamente di restare sconosciuti, o isolati in una nicchia per pochi addetti ai lavori. D’altro canto c’è da considerare che non sempre il valore di un’opera si misura con l’attribuzione di premi e di riconoscimenti. In questo specifico caso, però, il valore corrisponde alla celebrità, e non è generato da essa, quindi cade ogni pregiudizio.

Il mio personale rilievo è che la comparazione fra i versi di Derek Walcott e la traduzione italiana proposta da Poesia non rende giustizia alla versione originale. Sappiamo tutti che tradurre è un po’ tradire: me ne sono reso conto direttamente quando – per la prima volta – ho tentato una mia personale versione, cosa che si è rivelata un proficuo esercizio di scrittura creativa. In realtà ho cercato di riportare alla poesia di Walcott le sue caratteristiche essenziali, e cioè una musicalità primordiale ed un lavoro di immagini che si scolpiscono nella mente per la loro efficacia e suggestione. Impresa ardua, nonostante la vastità e la ricchezza del lessico italiano, ma dimostrativa di come ci si possa accostare a questo genere letterario in maniera non meccanica, scoprendo l’entusiasmo di creare un più diretto contatto tra autore e fruitore.

La poetica di Derek Walcott, che inneggia alla vita e si tiene ben lontana da un certo diffuso pessimismo, su cui forse si insiste troppo in ambito scolastico, ha avuto su di me un impatto illuminante, come può esserlo la contemplazione di un cielo stellato in campagna o su una spiaggia, lontano quindi dal disturbo dei lampioni.

La percezione di un infinito più grande di noi e delle cose terrene mi induce ad un’altra considerazione: contemplando tanta maestosa bellezza, cosa può mai contare un nostro pur intenso sentimento, magari passeggero e provvisorio, e quanto può incidere la ritrosia nel compiere o meno un’azione determinante, un gesto deciso per la nostra affermazione o la nostra dignità individuale? Ad esempio dichiararci alla persona che ci piace, discutere animatamente con un amico perché non abbiamo condiviso un suo particolare atteggiamento, o agire in un modo che abitualmente evitiamo, per timidezza, quieto vivere, o per un qualunque altro motivo.

La contemplazione del cielo stellato apre un tale abisso di commozione nell’animo, che la nostra reticenza perde significato e si annienta, fino ad indurci a quel gesto che fino a poco prima ci pareva sconsiderato o azzardato, offuscati come eravamo dalla preoccupazione di essere giudicati per le nostre azioni.

Nulla altera quel cielo stellato e le emozioni che suscita, sia che noi ci risolviamo ad agire in un modo, sia che applichiamo il suo esatto contrario. Se non avessimo sollevato lo sguardo in quel particolare momento, o non avessimo avuto in noi una acuta predisposizione alla sensibilità, saremmo mai arrivati alle stesse conclusioni?

Costantino Pacilio

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