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Q come qultura

In Commenti on 02/08/2010 at 20:26

Estate. Tempo di relax per molti, e di riflessione per pochi altri. Girando per la città vedo ragazzi beatamente assembrati davanti a bar, giardini pubblici, scuole (finalmente) chiuse. La mia curiosità, ed un bel po’ di anni trascorsi a contatto con tanti di loro, mi hanno portato ad analizzarne da vicino modelli, atteggiamenti, interessi, gusti. E tante volte a sobbalzare, inorridire, quasi stramazzare al suolo nel momento in cui questi venivano tristemente a galla.

Quali interessi culturali hanno, gli adolescenti moderni?

Eh, bella domanda…

Già quella parola, interesse, presuppone un minimo di applicazione. E questo cozza con molte delle loro aspirazioni, spesso tutt’altro che applicative. Correggiamo allora il tiro. Cosa non disdegnano completamente? Fatti i dovuti distinguo, e annotate le rare eccezioni, c’è davvero da mettersi le mani nei capelli (chi li ha; gli altri, pazienza).

Cinema, musica o lettura?

Partiamo dalla lettura. Cosa leggono – se leggono – questi benedetti ragazzi? Attività impegnativa, d’accordo. E speranza mal riposta, soprattutto se si allude a romanzi, saggi, biografie, poesie.

Tempo fa, in un test di marketing – per ottenere tre bestseller al prezzo di due, o cose del genere – si chiedeva ai malcapitati aspiranti all’offerta di indicare il numero di libri letti in un anno. Prevedibile la maggioranza di risposte vicine ai numeri relativi, per adulti ed under 18, (escludendo però la possibilità – per questi ultimi – di conteggiare i tomi scolastici).

Eh già, perché la lettura fatta in maniera consenziente, cioè per puro piacere, è spesso vista come una scocciatura colossale, e tra giugno e settembre addirittura associata, suo malgrado, agli immancabili compiti per le vacanze, dimostrazione pratica di un velato sadismo della classe insegnante.

Per fortuna, negli ultimi vent’anni è un po’ calata la storica immobilità dalla casella 0 / 2 del suddetto test, dapprima grazie ai classici a bassissimo prezzo, snelli, tascabili, leggeri anche da portare sotto l’ombrellone; poi con la saturazione di una fascia giovane del mercato editoriale abitata ormai solo da maghi occhialuti e vampiri che attaccano lucchetti ai lampioni, da topi investigatori e gattine rosa infiocchettate che ti guardano in cagnesco, e dai loro innumerevoli cloni. Meglio di niente, d’accordo, pur sapendo che la quantità va raramente a braccetto con la qualità.

Se tutti questi volumi venissero effettivamente letti, non ci troveremmo al di sotto del 30° posto (come da sondaggio di un paio d’anni fa) – nelle graduatorie internazionali degli stati dove si legge di più – a sgomitare (anzi: a  boccheggiare) con altre nazioni poco sensibili al fascino della carta stampata quali la Turchia e la Malaysia.

Ma quanti, ricevuto in dono un libro, lo riciclano alla prima occasione? E quanti altri lo utilizzano come zeppa per uno svuotatasche zoppo o una raccolta di cd (rigorosamente masterizzati)? Leggerne uno è effettivamente impegnativo, è chiedere troppo alla propria mente, soprattutto d’estate. In fondo basterebbe anche meno, per un briciolo di cultura in più, e per tenere sveglia la materia grigia: un periodico qualunque sarebbe già cosa buona e giusta. Anche un fumetto.

Purtroppo ad alcuni/e – per manifesti limiti – non si può chiedere di leggere argomenti più complessi dell’elenco acquisti del calciomercato (su un quotidiano sportivo), di una didascalia sull’ultimo rossetto disponibile (su qualsivoglia rivistina per lolite in erba), di un dépliant del centro commerciale, di un giochino enigmistico tipo unire i puntini da 1 a 54, o di un albo da colorare. I quotidiani seri? Sono noiosi, con tutte quelle foto in bianco e nero… E poi non servono: c’è la tv a dare tutte le informazioni necessarie, perfino il gossip, che da un po’ di tempo è parte integrante dei tg nazionali. Perché affannarsi a scorrere il dito sulla carta stampata, allora? Alle ragazze si rovina il french, e ai ragazzi le dita diventano nere d’inchiostro!

Settore cinema. Dato per scontato che i film d’autore vanno evitati come la peste, d’estate come d’inverno, accade che il tam-tam mediatico/messagginistico avviato dai ragazzi con raccapriccianti affermazioni del genere “il film è bello, perché tratto da un libro adolescenziale e interpretato da attrici ed attori carini”, si trasformi nel veicolo primario per il successo di banalità (con canini sporgenti o lucchetti lampionari, di cui sopra) tutt’altro che memorabili. E’ ovvio che una pellicola con protagonisti piacenti possa attrarre più di un anonimo volume senza figure, ma è altresì vero che la prestanza di certi attori o attrici porta spesso in secondo piano la loro stessa recitazione (se esiste), e il messaggio dell’autore o del regista (se previsto).

Questo produce di sicuro un effetto positivo: dopo aver visto uno di tali film, qualcuno sceglie di leggere il volume da cui è stato tratto; il rovescio della medaglia è nel fatto che il neolettore acquista il libro per sognare ancora gli interpreti del lungometraggio, e non certo per approfondire la trama, o per meglio apprezzare la complessità dello stile narrativo. Così, oltre che scontentare – per ovvi motivi – il buon Umberto Eco, si creerà un certo malumore anche negli ambientalisti, a causa dell’ennesimo stock di alberi abbattuti inutilmente.

Un problema analogo si verifica anche in campo musicale (fatte sempre le solite care e dovute eccezioni, che per fortuna esistono), dove l’appiattimento culturale usa e getta, da tv giovanilistica, emerge prepotentemente.

A campione, una grossa percentuale di adolescenti ascolta solo tutto ciò che è carino in senso fisico, riferito agli interpreti, come se la validità di una composizione musicale si misurasse con canoni estetici da ellenisti, o considera trendy esclusivamente quanti offrono loro facili possibilità di identificazione o emulazione.

Perché un interprete sia interessante ad un pubblico di under 19 (ma il limite spesso tende al rialzo), valgono poche semplici regole.

I maschietti apprezzano di buon grado la cantantina con un bel po’ di faccia tosta, magari bionda, con pochi abiti, una terza abbondante (coppa C), e la voce come optional; le femminucce si accontentano invece del cantantino con la faccia da angioletto, il ciuffo piastrato e il sorriso strappasogni, poco importa se non ha dimestichezza con le sette note. Se poi usa anche un filo di trucco e un orecchino o un piercing, beh… rischia di nullificare chiunque, perfino dei ragazzetti bruttini e insignificanti (benché con qualche velleità musicale) come i Beatles, se ne avranno mai sentito parlare. E questo, almeno fino al prossimo giro di fattori x, y, z, di amici, nemici e quant’altro. E al successivo faccino da bambolotto (o fisichetto da Barbie) da ammirare.

Aspirazione incrociata, potremmo definirla. Ritenere in ciò che si vorrebbe possedere o essere, e out tutto il resto.

Ai testi dei suddetti interpreti, meglio non prestare attenzione. In fondo, non lo fanno neanche i ragazzi che li ascoltano: non ne avrebbero motivo. Il loro contenuto? In molti casi, elettroencefalogramma piatto. E criticarli sarebbe come sparare sulla croce rossa. Che peccato, farlo d’estate!

Poco importa, poi, se la canzone scelta come suoneria per il proprio cellulare sia di Beethoven, Battiato o Lady GaGa, tre personaggi ben lontani dal concetto di bono (o di bona) tanto cari al pubblico adolescente. Ma volete mettere lo charme di brani come l’”Inno alla gioia”, “La cura”, o “Alejandro”, quando quelle dita impreziosite dal french (o sporcate dall’inchiostro del quotidiano sportivo) sono incollate all’ultimo cellulare touch screen, e l’altra metà del cielo chiama o messaggia?

E’ in quel momento che la canzonetta scelta diventa pura sinfonia, e l’invio compulsivo di sms viene quasi sdoganato come sport per dita soliste.

L’unico praticabile, per intere generazioni dalla cultura disossata.

Anzi, della qultura.

Giovanni Vesta

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  1. Giovanni, ti prego, non disperare!
    Non possiamo – anzi, non dobbiamo – rimanere così, inermi, di fronte ai continui ed incessanti bombardamenti di questa nostra società consumistica (o, dato il periodo, consumata).
    Svolgendo un’attività che mi porta quotidianamente a contatto con il pubblico, registro anch’io talune situazioni anomale, le quali mi fanno dubitare, talvolta, che figli e genitori godano della stessa residenza. Senza ricorrere al disfattismo dei miti odierni – soluzione rapida e comoda – cerchiamo di ragionare in una prospettiva ottimistica. Inutile nascondersi imputando colpe al lavoro, alla scuola, alle strutture inadeguate. Credo spetti a noi adulti indirizzare i nostri giovani verso scelte più consapevoli e ragionate.
    E allora che ne diresti se, nella cameretta dei nostri figli, accanto alla gattina ammiccante o al topolino detective affiancassimo un “Vecchio e il mare”, un film di Vittorio De Sica e un album di De Andrè? Sono sicura che la curiosità avrebbe il sopravvento. Almeno come inizio…
    Roberta

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