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La poesia e i suoi mercanti

In Commenti on 08/08/2010 at 19:53

Ha un bell’evocare, la poesia, l’ideale di purezza e di assoluta distanza dalle piccolezze terrene.

Ha di che pretenderlo, in teoria.

Nella realtà, essa viene storicamente offesa e inquinata da ogni umana iniquità: non più strumento nobile nelle intenzioni propositive di estri incandescenti, è un mezzo per stipulare reciproci contratti di convenienze, è territorio disseminato da opportunismi: insomma, è stata fagocitata dal Leviatano del baratto e del profitto. Basta pagare – se non con danari, con favori – ed eccola trasformata in una maschera discinta da bordello, coronata di serti d’ipocrisia, profumata dagli incensi dei re dell’incessante carnevale paraletterario.

Un giovane autore, brillantissimo e precoce, confidava, in punta di lingua, la sua delusione di fronte a una serie di frustranti esiti nella sterminata industria dei certamina (più di dodicimila all’anno in tutt’Italia). Ignaro della natura corrotta della stragrande maggioranza dei concorsi o della ancor più pericolosa e avvilente inettitudine dei giurati, magari fregiati di titoli accademici, del tutto inutili quando manca il discernimento fra qualità ed esercizio del banale, quando manca la pratica edotta delle poetiche.

Il danno che questi concorsi a premio producono sui giovani (o meno giovani) inclini a un verso di buona o promettente caratura, è che insignendo e gratificando (per le pappe di mercato di cui sopra) autentici imbecilli, cantori di versi zoppicanti e ripetitivi, possono indurre al dubbio su cosa è in sostanza la buona poesia.

Se un esordiente sprovveduto vede premiare e incensare vecchie carampane, muffiti professori di liceo, sterili studentesse imparentate con pezzi da novanta (reali o presunti) che fanno svolazzare gabbiani anche nel lavello, che descrivono macchiette di nonni canuti e stereotipi di mamme in nero, disperate per la partenza dei rampolli alla volta delle industrie crucco-teutoniche, allora deducono che stanno sbagliando tutto, che il loro verso geniale e forbito è assolutamente improponibile… E potrebbero iniziare anch’essi a fischiettare di paeselli arroccati sui monti, di zoccoli di legno, madie e raccoglitrici di olive, sturando i sospiri e il piagnisteo su tragedie di migranti, di guerriglieri, di malati terminali, di vittime in coma irreversibile, di zingarelle molestate, oppure a tessere omaggi a poetesse scomparse (se alla moda), di cui non hanno letto nulla o di cui, pur azzardandosi a sfogliarne libelli e plaquette, non hanno capito un tubo.

Si moltiplicano, a velocità e con voracità impressionanti, concorsi, premi, festival, convegni, il cui unico scopo è coonestare l’autorevolezza, sancire la primazia dei furbi e delle furbe mediocrità (anti)intellettuali che organizzano, forti di amicizie partitiche. In non pochi casi si riempiono le tasche grazie a congrue elargizioni. Mirano a cattedre universitarie, o alla reputazione di maggiore poeta (o poetessa) del sud. Gabbate restano le falangi della corte dei miracoli, irretite da false attenzioni e da patetiche occasioni di salto dello steccato dall’orto di casarella loro.

Tutti o quasi tutti i soloni della poesia, autonominatisi esperti, direttori artistici e presidenti, si guardano bene dal circondarsi di collaboratori capaci e in gamba, che potrebbero in tempi brevi rubare loro scena e piazza, essere ricordati con plauso e fervore al posto loro dagli astanti; prudentemente reclutano allora valvassori, servi della gleba assetati di pseudovisibilità: donnette paranoiche tagliate con l’accetta, grezze provinciali, omiciattoli dalla testa piena di gesso, tutti promossi al rango di poetesse, scrittrici, critici letterari e opinionisti.

Gli operatori culturali seri e preparati, a giusta ragione temuti e stimati pericolosissimi, vengono tenuti a bada con la tecnica collaudata e spesso efficacissima della noncuranza, dell’artata indifferenza, della ghettizzazione a oltranza. Un mobbing perfetto.

Ed ecco trasformato il mondo della poesia in una fiera della frivolezza, delle thackerayane vanità, degli espedienti subdoli,  del profittante broglio a catena. Per fortuna sic transit gloria mundi: alla fine le glorie e le fame forzate, usurpate, stipulate in virtù di compromessi e inganni, pagheranno il lungo conto maturato, sconteranno il fio delle pasture e della parafrenia.

Come?

Con la dimenticanza.

Ma questo è un argomento complementare che non tarderemo a porre su vetrino.

Armando Saveriano

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  1. Carissimo Armando, credo che tu covi la malsana idea che i poeti dovrebbero appartenere ad una stirpe eletta immune dai mali egotistici del mondo.
    Ma quando mai! Hanno ancora maggiore fragilità e idiosincrasie di molti perché si applicano a qualcosa che, salvo rarissime eccezioni, nulla recherà loro, neppure l’alloro in patria. Con meno fatica, altri…
    Dai bisogni narcisistici dei veri o presunti, presuntissimi scrittori di poesia, prosperano una miriade di case editrici il cui unico pregio è quello di essersi inventato un mestiere con poche spese, pur se la resa non è molto stimolante.
    Eppure, Armando, chi veramente brucia del sacro fuoco della Musa s’indigna e non s’arrende, né lo dovrebbe fare. Forse non dovrebbe indignarsi neppure troppo.
    Quando i poeti erano cortigiani di questo o quel signore, “eletti” perché pochi i colti e gli scriventi, godevano di selezione e forse prestigio, ma da quando l’alfabetizzazione di massa ha insegnato che i versi sono quei pensieri in cui si va a capo, ci dobbiamo tenere questo blob di parole e sentimenti lacrimevoli. Gli altri, dimenticati.
    Ma certamente, chi santi nel paradiso critico non ne ha, deve – suo malgrado – patire lo scotto di tutto quel che di negativo imperversa, e quindi resistere, resistere, resistere.

  2. Ah, Armando, se non ci fossi tu…

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