Logopea

Lectio Magistralis

In Commenti on 22/08/2010 at 14:45

Qualche considerazione a margine della lettura di Versoñador – Scenari della mente, di Armando Saveriano.

La poesia, fra tutti i generi letterari, è quello che, nel tempo, ha subito più fraintendimenti, per l’alone di profezia, di mistero, di inconoscibile, che da sempre l’accompagna, come se l’emozione estetica suscitata dalle parole del vate dovesse essere scontata con un grado, più o meno elevato, di incomprensibilità. Quest’equivoco, se da un lato ha contribuito a conferirle prestigio e autorevolezza, dall’altro le ha inflitto un pregiudizio di illeggibilità e finanche di inutilità. In realtà la poesia, fra i sistemi di comunicazione scritta, è quello che più si avvicina al linguaggio parlato: mentre, infatti, nel discorso scritto l’assenza dell’interlocutore obbliga il soggetto enunciatore a una maggiore analiticità e al ricorso ad argomentazioni superflue o inessenziali, nel parlato il discorso molto spesso informa attraverso allusioni, frasi spezzate o ambigue, sottolineature modulate dal tono della voce, allusioni associative, pause o silenzi, in cui fondamentale è la ricostruzione attiva che ne fa l’ascoltatore. Questi è obbligato a mettere in atto tutte le sue capacità conoscitive, e a interagire con l’emissario del messaggio. Ugualmente, nel discorso poetico, per definizione sintetico e allusivo, il lettore è invitato a ricostruire, in senso inverso, il percorso che, dall’atto conoscitivo a quello comunicativo, si è cristallizzato nei versi, che gli si offrono come un modo sorprendente di “reinventa[re] il reale” (Versoñador, Prologo). Come non attribuire buona parte dell’emozione della lettura poetica proprio alla sorpresa di riuscire a cogliere questo nuovo kosmos, non più opacizzato dal linguaggio comune?

Ed effettivamente, sia per chi scrive, sia per chi legge, il passaggio necessario e sufficiente, rispetto al messaggio poetico, è quello che dal kaos, immaginativo e verbale, porta a un nuovo ordine. Necessariamente, proprio a causa dell’ambiguità del sistema poetico, ogni lettore cerca di eliminarne la polisemia per comprenderlo (sia nel senso di capire, sia in quello di contenere): in questa transcodificazione il testo soffre un’inevitabile perdita di significato, giacché ogni selezione implica l’abbandono di qualche elemento. In questo tentativo di ridare ordine al disordine, il lettore, sia pur confusamente, riconosce nel testo dei tratti che lo qualificano come letterario, quindi dotato di un plusvalore; da ciò ne viene che la letterarietà, come ha dimostrato nel Novecento la teoria della ricezione, risiede non solamente nell’intenzionalità dell’enunciatore, ma anche nella disposizione del ricettore del testo. In questo egli si mostra rispettoso di convenzioni sociali e storiche, che variano nel tempo, e di un canone letterario, oltre che debitore di un orientamento dato da marcatori testuali (distribuzione del testo nella pagina, sua appartenenza a una collana, prologo dello scrittore, paratesto, etc.), nonché dalla volontà dell’autore.

Nonostante queste suggestioni, il lettore conserva il diritto a un’autonomia di interpretazione che la modernità, fin dal romanticismo, ha riconosciuto come valida, aprendosi a una pluralità di punti di vista tale che le letture sono oggi decisamente privilegiate rispetto a la lettura.

L’antologia di Armando Saveriano, che contiene una selezione degli ultimi decenni, si presta come testo esemplare della teoria della ricezione (si pensi a Ingarden, Jauss, Iser, Barthes…), grazie alla quale le strategie della costruzione del testo entrano in relazione (o in conflitto) con quelle dell’interpretazione del lettore: in ogni caso la lettura completa il testo, trasformandolo. In definitiva: ogni atto di lettura è un atto di creazione.

Chi si avvicina a queste poesie deve compiere un vero corpo a corpo col testo, che non si lascia facilmente imbrigliare da norme o pre-giudizi: è poesia difficile, ricca di allusività, molto colta, a volte spiazzante. Il poeta sembra quasi disinteressato alla comprensione del lettore, e si diverte a disseminare nei versi, con noncuranza, nomi e termini ignoti o desueti, costringendolo a una ricerca continua (a una ri-creazione) fra gli scaffali di una condivisa enciclopedia ideale. Dunque, il “lettore implicito” che questa poesia presuppone deve sapere non solo di letteratura italiana e straniera (in particolare francese), ma anche di arte, di cronaca (persino nera), di storia…, il tutto mescidato in un sapiente uso dei registri linguistici (dal più basso a quello aulico), in un originale gioco di rimbalzo fra dialetto, lingua colloquiale, scarto dalla stessa, citazioni dai poeti preferiti, cultismi e neologismi, di cui emblematico quello del titolo, Versoñador, che ibrida brillantemente lingue diverse e generi letterari, anticipando le modalità e le strategie testuali del libro.

Vengono in mente i tentativi delle avanguardie storiche del Novecento (v. il futurismo, il creazionismo, il dadaismo…) di ribellarsi alle norme e agli statuti tradizionali della lingua e del canone letterario, utilizzandoli in maniera arbitraria e sconcertante, quando non creando un puro tessuto fonico privo di significato. Il testo paziente (com’è stato definito) soffre ogni tipo di riordinamento – o sconvolgimento – da parte del suo autore o del suo lettore, per rendersi, in qualche modo, riconoscibile: noi, nel gioco dei rimandi del nuovo libro di Armando Saveriano, abbiamo riconosciuto la più autorevole tradizione poetica (i simbolisti, le avanguardie, la contemporaneità) occultata nella costruzione di un nuovo e originale oggetto poetico, e l’uso degli strumenti retorici classici (antitesi, ossimori, annominatio, congerie, poliptoton…), dissimulato fra il ricorso ai grafismi tipografici, all’utilizzo anomalo della punteggiatura o all’amalgama di registri stilistici dissonanti.

“La difficoltà di trovare una pertinenza, sulla quale fondare un’Analisi coerente della lettura, dipende forse da noi, dalla nostra mancanza di genio. Ma possiamo anche supporre che l’im-pertinenza sia, in un certo senso, connaturata alla lettura…” (Ronald Barthes, Sulla lettura): non è forse l’impertinenza uno dei tratti caratteriali dell’istrione Saveriano? Chi la fa l’aspetti: se l’aspetti, dunque, dal suo lettore!

Carla Perugini*

* Professore ordinario di Letteratura spagnola presso l’Università di Salerno

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