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Poeti d’assalto

In Commenti on 04/09/2010 at 12:20

 

Detto alla lettera. Non nel senso grintoso, propositivo, che nobilita un’intenzione, un obiettivo, una meta, e che potrebbe caratterizzare un movimento d’azione culturale, fuori da ogni tradizionale contesto riconosciuto.

Qui i poeti d’assalto sono quelli in cui la comprensibile ambizione tracima, perde ogni legittimità, provoca fastidio, subito dopo compatimento.

Ce ne sono a iosa.

Quanto più sono trascurabili, tanto più essi si ingegnano a mostrare e a dimostrare una sostanza che è ben lungi dall’abitare le loro opere.

Le studiano tutte pur di avventarsi come cavallette, al momento opportuno (secondo loro), e inopportuno sempre, sul personaggio pubblico (un critico autorevole, un poeta conclamato), per giocarsi la carta della captatio benevolentiae, in virtù della tessutura di lodi e di sperticati incensamenti, con un olio da ruota più maleolente dell’assafetida. Asfissiano il tapino, con fittizie richieste di consigli, con l’appello (autentico) ad accogliere gli scartafacci propri, i brossurati, per ottenere approvazione, recensioni, inserimento in antologie importanti. A un certo punto la malcapitata vittima dell’impertinente, diluviale logorrea, è costretta ad abbozzare, a caricarsi dei pacchetti di librucci e plaquette, a promettere contatti.

Mi è capitato sovente di pizzicare sul posto, in flagranza di misfatto, tali personaggi del tutto privi di scorno, audacissimi nel delirante, penoso tentativo di farsi notare (e di somministrare ad altrui il millantato vanto di una inesistente familiarità con l’illustre ospite), arrivando persino a sedersi sul virtuale o effettivo podio accanto a lui/lei – e venendo debitamente ignorati – oppure a fargli/le andare di traverso un timido sorso d’acqua, bisbigliando in tono sottomesso, alla Uriah Heep, maestro o maestra.

I protagonisti di tali discutibili pantomime un risultato effettivamente l’ottengono: si alienano ogni benché improbabile considerazione. Sia da parte degli imbarazzati organizzatori dell’evento a cui hanno partecipato di straforo, infiltratisi di riffa o di raffa, sia quella dell’insigne ospite che si illudevano di affabulare. Per tacere della figuraccia coram populo, perché non sempre il pubblico è tollerante, o superficiale, o distratto.

I poetini miserelli, i pagliardi, a caccia di conferme e di glorie d’accatto, carichi delle onorificenze pataccone di Accademie faloppe, sommersi dalle medaglie e dai papiri ottenuti nei certamina ove competenza e onestà latitano abbondantemente, compongono una microfauna che prospera all’ombra della propria maldestra autoreferenzialità. E quanto sono orgogliosi di pubblicazioncelle stampate presso tipografie filibustiere spacciatesi per case editrici!

Ben volentieri i versificatori da spiaggia hanno sborsato, rivolgendosi a realtà rigorosamente extra regione (sembra loro meno provinciale, più avvalorante), le quali si sono fatte pagare profumatamente, con ingorda emafèresi, la firma di questo o quel prefatore à la page.

Questa genia che condivide la maniacalità di scrivere, scrivere, scrivere, fortemente scrivere, ad ogni costo scrivere, rifiuta di capire che la vanità, soddisfatta o frustrata, non paga alcun riscatto a un male improvvisato verseggiare, la cui grezza trama mai potrà in alcun modo garantire l’illusoria fondazione di una pietra miliare nella storia pur ai margini di un territorio come quello – nella fattispecie – irpino: la nemesi di un disingannante giudizio appropriato e sereno tarderà forse ad arrivare, nondimeno interverrà fatalmente.

Saranno il silenzio e l’oblio a cassare frastuoni, pattumare carnevalate, smorzare velleità, castigare fama usurpata grazie alla complicità gattona (o – concediamolo – al “buonismo”) di stereotipati critici-macchietta (persino, alle volte, di ben stimata reputazione) nel proprio interesse condiscendenti, i quali un giorno dovranno essi stessi, in prima persona, rendere conto delle enormità commesse nella mascalzona esaltazione della paucità e nella noncuranza della valentìa, nonché nell’assemblaggio fraudolento di raccolte (con strategiche inclusioni e assai imprudenti esclusioni, che inducono a riflettere su una damnatio memoriae perpetrata proprio dagli eroi/paladini del riscatto meridionalista a danno di qualche loro stesso conterraneo!) e nella redazione aulica e sconveniente di pretenziose terze pagine.

Armando Saveriano

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  1. …e vogliamo mica noi parlare di quelli che sulla carta d’identità, nella sezione PROFESSIONE, a momenti fanno scrivere “illustre poeta”? La poesia è nemica delle lingue di menelicche. Preferisce, a mio modestissimo avviso, una maschera veneziana. Una di quelle che cela sempre e costantemente il suo io in un modo affascinante e intrigante. Una che resta sempre se stessa, e che, a festeggiamenti terminati, anche messa da parte riesce sempre a far sognare per il suo ricordo.
    Interessantissimo post. 🙂

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