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Acciaio

In Libri on 16/09/2010 at 21:05

I tempi moderni, si sa, sono così: frenetici, dinamici, in continua trasformazione.

Ma c’è un luogo in cui ci si può fermare a pensare, almeno per un po’. Di sicuro la libreria, migliore spazio deputato a questo scopo, ha perso il fascino di un tempo. Si è trasformata giocoforza, obbedendo alle leggi del nuovo mercato, in megastore ad entrata libera. Così, tra bambini piagnucolanti, adolescenti alla ricerca dell’ultimo gadget, e semplici avventori che si aggirano tra gli scaffali alla ricerca del nulla, ti è difficile trovare un angolino dove, appunto, riflettere e fare la scelta giusta.

Sarà stato un colpo di calore, ma questa volta non ho pensato, non ho riflettuto, e mi sono letteralmente fiondata ad acquistare il romanzo di Silvia Avallone, una giovane scrittrice biellese residente a Bologna, che al suo esordio ha gettato scompiglio nel mondo intellettuale, sfiorando la vittoria al premio Strega.

Romanzo, denuncia e verità. Così definisco Acciaio.

Ma andiamo per ordine.

La copertina dell’opera ti fornisce un fosco presagio. Sembra fissarti negli occhi, la giovane donna che appare in primo piano. Il vestito romantico che indossa (spicca la lunga gonna rosa a balze) fa a cazzotti con lo sfondo inquietante: alti palazzi affiancati da ciminiere che svettano al cielo plumbeo. E poi il titolo, a caratteri cubitali: Acciaio.

La semplificazione del testo ti sembra risolta. Di sicuro, la ragazza dal viso emaciato e dallo sguardo rassegnato non è Alice, e l’ambientazione assolutamente non richiama al Paese delle Meraviglie. Cominci a leggere, e immediatamente ti trovi proiettata in una di quelle realtà troppo spesso dimenticate o peggio ancora ignorate.

Le periferie urbane offrono un paesaggio similare per certi aspetti: degrado e abbandono sono i tratti distintivi di tali siti. La particolarità di quella descritta dalla Avallone è data dal suo valore aggiunto: la Lucchini S.p.A, ex Ilva, ex di tutto, date le note vicende fallimentari.

Quella di Piombino è una periferia che definirei ingannata e poi tradita, in nome della speculazione, del mercato, del vile denaro.

Silvia Avallone ce lo fa intendere dalle prime pagine, descrivendo il quartiere di via Stalingrado (denominazione di fantasia, ho cercato su internet ma non ne ho trovato riscontro): enormi fabbricati vista mare (e che mare!) costruiti a ridosso dell’acciaieria e destinati alle famiglie operaie.

E’ qui che si sviluppa la storia delle quattordicenni Francesca ed Anna, personaggi centrali del romanzo. Belle, ammirate, desiderate, all’alba della loro femminilità. Ma com’è difficile l’adolescenza a via Stalingrado, com’è difficile la vita! Poche le gioie, e tante le trasgressioni.

Chissà quanti benpensanti avranno storto il naso sfogliando pagine a dir poco scottanti, a cominciare dal linguaggio crudo, anzi crudele, dall’amore vissuto con forza, in maniera esclusivamente carnale, senza poesia. Amore che trascende, che lega morbosamente Francesca ed Anna.

Francesca ed Anna, Anna e Francesca.

Un connubio indivisibile, impenetrabile, inalienabile. Francesca ed Anna che si prendono, si lasciano, si amano, si odiano, si riprendono. Un gioco all’inizio, una certezza poi.

Intorno a loro, il microcosmo di via Stalingrado, che vive come può, che si butta a capofitto nelle più svariate situazioni al limite della decenza e della legalità. E un sogno: quell’Isola d’Elba da raggiungere per un giusto, meritato riscatto.

Acciaio. La scrittrice non se ne dimentica mai. Gli dà forma, forza, quasi lo personifica / personalizza, tanto che ad un certo punto della lettura la sua presenza ti infastidisce.

Ma come dimenticare, come non mostrare ciò che è stato l’inizio di tutto?

Romanzo, denuncia o verità?

Chissà.

Mi risulta che a Piombino la scrittrice non ha avuto una calorosa accoglienza: succede, a volte, quando ti viene sbattuta in faccia una verità scomoda. Difficile scuotere le coscienze brandendo pagine scritte. Ci hanno provato in tanti ma, ahimè, con scarsi risultati. Troverei invece opportuno inviare il romanzo ai Lucchini, corredato delle decine di certificati medici attestanti le precarie condizioni di salute dei suoi ex operai, raggirati e abbandonati. Per non dire di peggio.

Ma questa è un’altra storia.

Silvia Avallone – AcciaioRizzoli 2010, pp. 300, euro 18.

Roberta Giardullo



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