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Clonazione

In Commenti on 20/09/2010 at 09:49

Non quella discussa degli entusiasmi scientifici, della popolare eccitazione, dei reprimenda pontifici, della cauta posizione della bioetica: ad altri e in opportuna sede lascio aperta la polemica, il dialogo stuzzicante, tutte le possibili speculazioni mediche, filosofiche e morali.

A ben differente clonazione alludo: a quella letteraria (o se preferite illetteraria), poetica (o impoetica), creativa (o anticreativa). Tralasciando il manipolo di aspiranti narratori in erba, che tanto vorrebbero assomigliare ai minimalisti o alla gioventù cannibale di tempi andati, e che si copiano a vicenda, malintendendo Bukowski, Gregory Corso, Kerouac, Burroughs, Bunker, Easton Ellis, Lethem, Lang (ai cui elaborati non sarebbero in grado di avvicinarsi neanche lontanamente), occupati come sono a épater les bourgeois, con un’equivocata trasgressione tutta di sesso, alcool, violenza e nicotina, e un’aria da maudit appiccicata addosso con lo scotch e una botta di coccoina, veniamo agli amatissimi poeti, quelli che camminano con una mano in fronte e le bisacce tintinnanti di medaglie del presidente.

Questi simpatici, farseschi amici imperversano nell’intero Belpaese, da nord a sud, e sono croce e delizia.

Croce per gli autentici scrittori, quelli benedetti dal talento e dalla vorace curiosità di sapere, che ogni giorno si mettono in discussione (e possono arrivare a ripudiare o a bruciare i loro carteggi, quando li ritengono indegni non solo di diffusione, ma di esistenza). Delizia, per gli irredimibili, metodici organizzatori di concorsi e premiucci.

La genia di cui parliamo occupa una posizione intermedia tra gli illusi-arroganti-illeggibili e i Poeti, che praticano e studiano poesia, italiana e straniera, dalla Scuola Siciliana a oggi, e sono consapevoli di cosa significhi stallo o evoluzione.

Collocandosi nel mezzo di bassezza e altezza, potrebbero aspirare alla perfezione e alla saggezza di chi applica l’est modus in rebus, o farsi araldi dell’in medio stat virtus.

Invece sono solo dei fossili, né immondi, né armoniosi, e men che mai interessanti.

I loro versi impressionano le giurie incatramate nei cliché delle cartoline emotive racchiuse in una cornice finemente intagliata e verniciata d’oro; sono versi zeppi del rhum della retorica e dell’enfasi più becere, fanno invidia ai babà in pasticceria. I masticatori di stoppie li sfornano più indigeribili di una pila di pizze ripiene di mattoni.

Le signore e i signori di siffatta categoria costituiscono un nutrito gruppo: da decenni propongono le loro maschere seriali, i vieti giri di valzer e di polka; da decenni spremono gli zuccheri dal famigerato lacrimatoio. Ai concorsi di provincia (anche e soprattutto quando gli sciancati certamina assumono la pompa di evento culturale di distinzione, e si nutrono di lustrini e di cotillon) ora si classifica l’uno, ora si classifica l’altro.

Sono una casta vegliarda di imbonitori della parola, si considerano non meno che onomaturghi, maestri nel toccare le corde emotive delle zitelle e dei sonnolenti padri di famiglia, impareggiabili nel costruire cattedrali di schiuma, di trine e di sospiri uguali nell’uno, uguali nell’altro.

Basta leggere una sola poesia di uno solo di loro, per dire di aver letto tutte quelle dei compari e delle comari di stampino.

Non sono però sodali, perché si detestano reciprocamente; tantomeno si tratta di esponenti di alcuna scuola: si sono limitati a depredarsi a vicenda, a ispirarsi alle relative velleitarie magniloquenze (accostamento tautologico, giacché la magniloquenza è sempre velleitaria), fino ad acquisire un calco ornamentale e vuoto impressionante. Cesellano le descrizioni di ricordi singhiozzanti, sono (o parlano di) genitori o figli eroici votati al nobile sacrificio, invocano o maledicono (con rispetto e con prudenza) il Padreterno nell’untume del manierismo boccalone, s’imbellettano persino di rivendicazioni sociali, si piangono emigrati con la coppolella e la valigia tenuta insieme con un ruvido spago.

Non hanno mai visto una vanga, un puntello minerario, né si sono mai seduti alla catena di montaggio di una fabbrica teutonica o britannica.

Rappresentano le star depositarie di un falso bagaglio sapienziale e battesimale, mito per le giurie di professori di latino sottaceto, per giornalisti free-lance di parrocchia, per artritiche maestre elementari, per accademici che a stento arrivano a leggere Gozzano, e che a loro volta scrivono ancora oggi come all’epoca di Leopardi, ma senza averne l’imperituro genio.

Ho dato in lettura a un mio brillante allievo, versificatore precoce e di autonoma personalità, dei testi pervenuti ad un Premio che gode di prestigio, e gli ho chiesto di darmi un parere. Dopo qualche giorno, il giovanotto, allargando le braccia, ha riferito di aver nutrito il sospetto che i lavori fossero tutti opera di un unico autore, tenendo conto della rancida identica sgranatura di contenuti, della monotona diligenza con cui, attraverso il medesimo schema, il medesimo stile, le prevedibilissime cadenze, s’imbrattavano di sentimentalismo rococò il bavero della giacca o l’orlo della gonna.

Una sconfinata tristezza sopraggiunge quando prendiamo atto che essi continueranno a montare sulla sola giostra che conoscono, a esibire dubbi privilegi di casta e di penna; continueranno a produrre fasulla poesia non capendo nulla della Poesia, quella con la P maiuscola, ignari dell’esistenza di uomini, donne e opere pregevoli, profonde e complesse, nel panorama letterario autentico, che cresce e cambia perché è un organismo vivo.

Ciao, cloni.

Purtroppo arrivederci, e non addio.

Armando Saveriano

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