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I corridoi onirici del Versoñador

In Commenti on 11/10/2010 at 15:58

Il Versoñador, figura in un certo senso ambigua ed esitante nel tessuto compositivo della poesia, diviene il protagonista di questo testo, l’artefice e il connettivo attraverso cui la poesia si esplica. La poetica di Armando Saveriano si dipana attraverso un percorso irto di insidie, rappresentate da un metalinguaggio che spesso si fa beffe della modernità, unendo in un continuum – anche lessicale – immagini attuali ed oniriche che assumono una valenza particolare.

Dalla civiltà delle ceneri citata dal poeta, ci si auspica la nascita di qualcosa di nuovo, che avviluppi in sé il germe sano di una società (che appare in lenta decomposizione) in cui l’autore cerca un varco affinché la Poesia, quella vera, possa sanare i meandri malati del presente. Una girandola di pensieri, come dice il verso di una poesia, che traballante e indomita, atterra le convenzioni di una struttura linguistica chiara e si incastra, come puro spirito, attraverso le parole che tamburellano sulla pagina scritta, simili a rintocchi di campane discordanti.

Le parole, mescolate, rimasticate, unite sino all’inverosimile, acquistano una connotazione quasi ritmica, in cui le sinestesie la fanno da padrone. Il poeta attinge a piene mani dai classici, ma rinnova e trasforma in lessico, denso di immagini sensoriali opposte e pregnanti (“starnuti di sandalo”, “ramato scrocchiare”), che vengono mescolate a sussulti di stretta attualità, legate alla guerra e ai falsi miti.

Saveriano, forte di una cultura attenta e introiettata, inserisce termini di diversa estrazione: colta, plebea, comune e anche volgare – che rimanda all’origine del termine, parlata dal popolo – per ripristinare a suo modo il concetto di una società scevra da condizionamenti.

Arte, poesia, musica e letteratura si mescolano in un farneticare baldanzoso che il poeta cura e adagia su un letto di contrasti affastellati tra loro. E attraverso le dotte citazioni latine si innalza, fondamentale, il concetto dell’insignificanza, flagello dell’uomo ed eterna, incommensurabile ricerca del senso della vita, in modo che non vada perso nelle miriadi di parole inutili che ci circondano e che bussano alla finestra dei nostri pensieri, per crearci illusioni alla fine spezzate dalla cruda realtà dell’esistere.

Significativo è il rapporto che il poeta Saveriano ha con Napoli. Nostalgico, ma non privo di rabbia per un valore che essa, a poco a poco, ha perso nel tempo, e che è diventato ormai simulacro impoverito dalla nordastra carità, che coinvolge anche le vie, indicate con un continuum infinito, come per tenerle strette e non disperderle: strade del centro storico, cuore pulsante della città. E come una sorta di gigante sterminatore ecco il Vesuvio vegliare sulla rovinosa caduta dell’uomo che lo osserva, frantumato nelle sue ataviche certezze e preda ormai di impulsi negativi. Peculiare è il ricorso del poeta al dialetto napoletano nella poesia ‘Na malatia, quasi a voler ritornare alle origini del sé per ritrovare una purezza incontaminata.

La ricerca di un senso che ci liberi dalla prigione del burattino entro cui gli altri – e in fondo anche noi stessi – ci chiudiamo per sopperire al nostro bisogno di visibilità, si evince anche dall’ossessiva ripetizione di termini cadenzati quasi a definire il limite delle sbarre nella gabbia dell’apparenza. Frequente, nel linguaggio particolarissimo del poeta, è l’uso di aggettivi posti l’uno dopo l’altro, privi di punteggiatura, come per una sorta di congerie assurda di significati, ed un uso sinergico di sensazioni frammentate.

La Poesia, la frequente ingiuriata poesia, scalzata da improbi tentativi di mascherarla attraverso una vuota superficialità, travalica le bassezze del mondo, e il poeta si rivolge a lei perché si districhi tra i rami avvolgenti di versi spezzati e vuote apparenze per librarsi in un cielo più alto; egli stesso si inchina a questa sorta di Dea con un bellissimo verso: “a questa voce metti il tuo lucchetto”.

E’ il particolare uso del linguaggio la caratteristica di Armando Saveriano, il suo attingere alle più disparate categorie sensoriali, a dare al verso un carattere di profonda unicità grazie ad un linguaggio corrosivo della materia che viene a trattare. Sono gli spazi vuoti del foglio a svelare il senso peculiare della parola: la distaccano quasi dalla mera realtà di un procedimento sintattico che siamo avvezzi a conoscere.

La guerra, Niobe terribile che si nutre dei propri figli in un crescendo di violenza senza requie, inglobando popoli diversi che hanno in comune solo il concetto di umanità sacrificata sull’altare dell’interesse bieco e sconcertante del potere. L’uomo, banderuola esasperata, travolta dalle tempeste della vita, pedina incalcolabile e incalcolata di un destino, mentre frammenti di ordinarie esistenze diventano solitari alterchi di una vestale dei vizi nascosti dietro dorate apparenze. Pentagramma di parole su spazi siderali che contengono i vuoti dell’anima persa a rincorrere singulti di lacrime mai versate.

Il poeta accarezza il verso, ne delimita i contorni vaghi, lo spezzetta fin nelle sue minime componenti, per estrarne la linfa vitale e poi lo rimanda a noi, pieno di significati reconditi, spesso oscuri, attraverso falci di luce che si rispecchiano nel mare eterno della solitudine. La vana apparenza si ritorce contro le maschere inebrianti di aggressività, a stento contenuta da parte di uomini che imbracciano il fucile, mentre la violenza si fa voce piena e acquista una valenza terribile nella lirica Threnos, che costituisce una sorta di girotondo di morte, concretizzata nell’assurdità di un gioco macabro e perverso rivelatore – in una cantilena di sangue – della sua spietata rappresentazione.

Nel turbine dei versi che traccia sulla carta, Armando Saveriano concentra il senso ineffabile della sua arte: quello di sentirsi maschera e vascello in mezzo alle tempeste del sogno, “per metà Odisseo per metà Don Quijote, un poco Lazarillo un tanto rodrighesco Cid”, che coniuga arte e vita in un pastiche di pregnante significato.

Ilde Rampino

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  1. L’analisi della Rampino è attenta e perfettamente calibrata sulle caratteristiche e sul contenuto dell’opera. Ha saputo cogliere nodi e snodi pregnanti, l’onirismo e la suprema concretezza di un’opera che senza alcun dubbio si distacca dal comune verseggiare sia esso lirico che descrittivo. Il respiro di Versonador è un ampio fiato che penetra negli spigoli e arruffa il cielo.

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