Logopea

La persistenza del dubbio

In Eventi on 12/10/2010 at 16:35

Nella sala della Biblioteca Statale di Montevergine – nel novero degli eventi legati alla manifestazione nazionale “Ottobre piovono libri” – è stata presentata, il 5 ottobre, la silloge poetica La persistenza del dubbio (Per Versi Editori, 2010).

Dopo l’introduzione del direttore della Biblioteca, padre Andrea Davide Cardin, e il saluto del sindaco di Mercogliano, prof. Massimiliano Carullo, che ha sottolineato la necessità di diffondere la cultura attraverso varie iniziative, ha preso la parola lo studioso Pasquale Gerardo Santella, il quale ha delineato un dotto excursus sulla poetica degli autori presenti nella raccolta, evidenziando particolarità stilistiche e rimandi classici.

La persistenza del dubbio appare quindi come una raccolta poetica in cui vari autori, attraverso strutture e linguaggi variegati, affrontano la tematica del dubbio nelle più diverse sfaccettature.

Apre la raccolta Cana Culex – pseudonimo ispirato dall’Appendix Virgiliana – unico poeta aderente alla linea lombarda (che fa capo a Giampiero Neri, Paolo Rabissi  e Renzo Vidale). Nei suoi Epitaffi, attraverso una poesia lineare e discorsiva, e con uno stile che a volte potrebbe sembrare irriverente, associa giudizi di valore lontani dal mondo corrotto e corruttibile della modernità, che svela ipocrisie celate da perbenismo, (come nei versi “vestire i panni di masanielli, salvo scoprirsi poi fatue marionette soggiogate”), legate a momenti topici rivestite di buoni sentimenti, mentre è il cuore del poeta a rivelare un apparente cinismo, anche se in realtà ferito da delusioni. Profondo è il coinvolgimento in guerre di altri (investendo il proprio io), laddove il rimpianto per la perduta giovinezza e la ricerca vana del senso della vita si nutre di affetti familiari mai dimenticati.

Mario Di Vito, esordiente, molto legato allo stile aulico, esprime nei suoi Afoni canti l’amarezza e un terribile senso di perdita; nei suoi versi l’apparenza riveste una connotazione negativa (“veleni concepivano merletti”), stretta da mura di parole che sembrano frenare la capacità di esprimersi, attraverso l’uso frequente dell’elisione. Nonostante la bellezza del passato, si avverte un profumo d’incenso, quasi una fine preannunciata, un cuore esule che cerca un varco attraverso le corde di una cetra rinverdita. Il poeta utilizza un linguaggio classico con strutture particolari (”d’aracnidi freddo anacaride giaciglio”) e con la ripetizione di stilemi che rivelano il contrasto endemico di un animo tendente alla pace.

La poetessa Carmina Esposito, con uno stile immaginifico e fiabesco, esprime nel suo Vetro soffiato il silenzio che si fa parola attraverso l’assenza: caleidoscopio di immagini che si frappongono l’una all’altra per contenere un ricordo, giorni di marzo in cui si avverte il passaggio ad un futuro che cancelli l’inverno del presente (“cose venute in punta di piedi col silenzio di un gioco incantato”); poesia che diventa una sorta di vetro soffiato attraverso cui la vita palpita, ricreata mediante parole che contengono in sé qualcosa di misterioso.

Costantino Pacilio, studente di fisica, incarna nei suoi versi – raccolti sotto il titolo Promèthea – la ricerca di emozioni e il senso di un’attesa indefinita, rimandi classici e parola che può ferire; immagini di sinestesia, per fermare un momento della propria vita; mancanza e sovrabbondanza di elementi e parzialità di sensazioni “in questa mezza sonata che si accascia indomita”.

La poetica di Maurizio Picariello esprime in Rosa d’addio, attraverso una “parola sezionata e rimasticata”, nostalgia e brama di provare amore, coltre inframmezzata da squarci di luce e speranza, abisso in cui si consuma; morte che lacera, spazzando i vincoli terreni; dolore incontenibile per l’assenza che rivela la propria incapacità di attingere al viluppo inestricabile di luce: “non mi vedrete districare arcobaleni”.

Armando Saveriano, curatore della raccolta e pigmalione dei giovani poeti rivela, ne La curva dell’errore, un’accelerazione della vita che ostenta i passi riconoscibili del sé, in una continua alternanza di immagini in cui la crudezza del linguaggio morde il freno di un bisogno di pace, cullato dalla presenza di morti dimenticati. Ostrica della fantasia, segno lucente di sensazioni celate e di un intimo richiamo, attraverso parole che sembrano dissezionare la realtà, mentre la sua invettiva è rivolta alla finta cultura che egli condanna “al capestro”.

I versi dei poeti sono stati magistralmente recitati da Tiziana Correale, Costantino Pacilio, Antonella Di Gregorio (la quale con ammirevole impegno e sacrificio percorre la strada della recitazione), dai piccoli Cristiana Mangiusti e Nicholas Valentino, e dallo stesso Armando Saveriano. La manifestazione, con la direzione artistica di Giovanni Vesta, è stata arricchita dalle note del “Notturno Concertante”.

Ilde Rampino

Annunci