Logopea

La nudità

In Libri on 23/10/2010 at 18:03

Ricevo tanti testi di poesia, per lo più di cattiva poesia.

Al punto che ciclicamente mi monta una forma di rigetto per il verso, una nausea da overdose, da roba tagliata male. Da restarci secco nel vicolo cieco e buio dello scoramento intellettuale.

Occorre un lavaggio del sangue avvelenato per ricondurmi, convalescente, al genere che tanto amo, per una riconciliazione con il mondo della parola pulsionale o meditata, libera e ardita, capace di scatenare sortilegi, o quanto meno di titillare le risorse riflessive.

Sono pertanto grato a Stelvio Di Spigno per avermi soccorso con provvidenziale trasfusione, indispensabile preludio al rinnovo del contratto di stima nei confronti della carta stampata.

La nudità, silloge uscita per i tipi di peQuod in una veste editoriale che nulla ha da invidiare alla collana Poesia di Einaudi o ai gioiellini Book di Massimo Scrignoli, conferma questo giovane – a braccetto con Mario Fresa – migliore poeta campano della sua generazione. Il libro si colloca tra le eccellenze dello scaffale, va assolutamente acquistato (o regalato) per una ripetuta partenza via via più rivelatoria e appassionata, quanto inappagante.

Ovviamente il biglietto di viaggio implica la debita obliterazione della lettura operosa, uno studio dell’universo viscerale che Di Spigno, sin dagli esordi degno di nota, contrappone alla noncuranza, all’afasia, al lassismo comune, all’errore storico di famigerate miopie critiche.

Un’applicazione che non guasta il piacere della fruizione (dovremmo smetterla di aspettarci che un libro di poesia rappresenti un malinteso divertissement) di un verso volumetrico per lessico, fonetica, poundiano spazio bianco; un verso magistralmente coniato dal suo prescindere da conio alcuno; un verso che sembra sfilato dal taschino dopo lento sedimento, quasi una catarsi; un verso che chiama al rapido abbandono alle acque avvolgenti di un polmone oceanico che pulsa. Popolato di ricordi-plancton, labentia signa capaci di dirottare mente e nervi nello stesso, spastico, affascinato/fascinante garbuglio del proprio vissuto che neanche in ansia affrancatoria rassomiglia a uno spurgo di coscienza.

Vissuto che Di Spigno estrude e reingloba per riconsegnarcelo, ancora e ancora, come depurato dalla sclera. Affinché affreschi, immagini, tratti di lapis e foto parlino al nostro inconscio, pronti a dilatarsi fino allo sgomento dello sguardo e allo sfregamento dell’emozionalità, urticata da evanescenti (eppure tridimensionali) meduse-noùmeno.

Scrittura lucida, che tiene salde le doppie briglie di ritmo e di intrigo; lucida, eppure uniformemente velata attraverso il velare scatto dell’obiettivo di un Dreyer mastro spettrofilo: come sospesa, trattenuta in un archetipo, in un simbolo condiviso di realtà effettiva e fragile, li per lì atta a scivolare nella reificazione di un anelito, di una cupidigia di volontà di contrasto rispetto alla pertinace complicità nell’altro accaduto. Nell’assecondamento del caso-destino.

Di Spigno si dice e ci racconta ben lontano dal confessionale; è testimone a un punto dal sorpassare ogni impellente registro; in stato di compiacenza nel proiettare l’aggetto della sua poliedrica umbra in un magazzino mnestico fornito di mappe, dove è l’ordine conquistato/disperato a rovinarti addosso; una boutique a tratti mistica, dove se è facile per il lettore intrattenere la curiosità, è altrettanto imbarazzante ri-trovarsi in uno specchio capovolto, nella retina dell’occhio perscrutante del poeta.

Dopo aver tentato di governare il timone lungo rotte siffatte (con la stizza emancipante e con la franca autocommiserazione per non essere noi in grado di stabilire tanto e tale dialogo di intelligenze intra e interpersonali), lungo pagine a densissima espansione, magnetiche/ustorie, che ci si aprono, appunto, come il sipario improvviso di una foresta terribile e irresistibile, ci accorgiamo che troppe cose sembrano esserci sfuggite (o lo sono effettivamente). Ci avvince il desiderio di riappropriarci di questo logos/pneuma dell’esule nelle alterne vicende.

Onomaturgo suo malgrado, Stelvio è paria ed eletto, in proporzione bilanciata.

Non aver assaporato il contatto con il polpastrello metavisivo/iperreale di Di Spigno è come essere menomati nei gangli del pensiero emotivo. Come aver subìto, senza minimo sospetto, una bruciatura nell’ipotalamo.

La nudità: una folgorazione.

Stelvio Di Spigno – La nuditàpeQuod 2010, pp. 96, euro 12.

Armando Saveriano

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