Logopea

Canto a soprano

In Libri on 25/10/2010 at 08:54

Non è forse canto, la poesia? Non è suono che accede al respiro? Non è voce di voci in sussurro, in arabeschi e filigrana, in secco sputo di collera e di sdegno, in cappio di dolore e lucivora malinconia, in gioia che ruzzola? In storia di terra e pressione di catarsi, tradizione che riverbera oltre il tempo? Epos, Ethos?

Per straordinaria tensione, livida gioia, indissolubile fierezza, stringata essenzialità, si segnalano i versi di Maria Grazia Cabras, che da Nuoro, dopo lungo soggiorno in Atene, approda con Canto a soprano ai lumi di Gazebo, l’imprescindibile, tenace collana di prosa e poesia nata intorno al cuore e al polmone di Mariella Bettarini e di Gabriella Maleti.

Cabras è una studiosa, un’intelligenza che ha fatto fruttare il pellegrinaggio di un animo prensile, sensibile al kairòs; soprattutto le ha dato creativo giovamento l’attività di traduttrice.

Asciutto e pieno, il suo vissuto; volumetrica la sua in parte innata onomaturgia. È stretta, Cabras, abita nel grumo rorido dell’orgoglio per tutto quanto di femminile espandendosi va a formare un universo sensoriale. Una parola, la sua, che trattiene e dilaga, che non rinuncia a dire, senza porsi problema se all’ascolto siano in pochi a prestarsi, o in tanti, o tutti. Persino nessuno (che importa?).

Non si ha affatto l’impressione che ella lavori al verso per sottrazione, liberandosi di scorie, del sovrappiù da impedimento: si pensa senza perplessità che la poeta sigli il possesso quotidiano della folgore semantica, della nominazione, attraverso la scabra, spesseggiante koinè dell’atavico linguaggio/lignaggio sardo-nuorese.

Il riappropriarsi delle origini si fregia di evocazioni che al lettore del continente appaiono esotiche, ma non gli precludono accesso al punto d’approdo, anche quando cimentano, anche quando il grado di comunicabilità sembra assai poco valicabile osteggio. Allora, se pur non ci si vuole abbandonare al sistro della riverberazione del dialetto, con le sue circolari ancestralità, è possibile gustare, con il fonendoscopio del sensore percettivo, tutte le istanze, le implicazioni, le impazienze, la resilienza e il fascino contemplativo di uno spirito inarrendevole, inestricabilmente legato ai segni della appartenenza etnostorica. Il ritmo se-duce nella traduzione che a noi profani sembra non sgarrare, non suberificare affatto la compiutezza melodica della versione originale.

Il “canto a tenore” – spiega l’autrice – “è uno stile di canto a quattro voci che ricopre un ruolo importante nel panorama delle tradizioni sarde, sia perché espressione artistica di pura matrice isolana, sia perché espressione sociale dell’idilliaco mondo agro-pastorale, strato sociale che simboleggia l’isola sotto ogni punto di vista, e sul quale il popolo sardo ha radicato le proprie origini”. Nel 2006 il “canto a tenore” è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità.

Nella sua nota introduttiva, la Cabras chiarisce che il “canto a soprano” è il raccontare l’anima sonora delle parole attraverso il femminile sentire sentiero di un tempo non tempo primigenio…

Maria Grazia Cabras – Canto a sopranoGazebo 2010, pp. 24.

Armando Saveriano

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  1. Caro Armando Saveriano,
    anche a nome e da parte di Gabriella Maleti desidero ringraziare di cuore te (e gli amici dell’Associazione Culturale Logopea) per l’attenzione critica data al libro dell’amica Maria Grazia, e per gli elogi rivolti al lavoro di Gazebo.
    Un vivissimo, grande “grazie”, e un amichevole saluto da
    Mariella Bettarini e Gabriella Maleti

  2. E’ la prima volta che conosco gli scritti di questa signora ma sono stata colpita sopratutto dall’incredibile sentimento che ha suscitato in me! Finalmente ho trovato in lei l’espressione del dolore umano fatto parola. Solo chi lo ha provato può capirlo. Grazie per averci dato l’opportunità di leggerlo!

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