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Uno scorcio del passato

In Libri on 02/11/2010 at 18:22

L’ultima fatica letteraria di Salvatore Salvatore, la silloge poetica Figli dell’allodola, presenta una molteplicità di spunti per un messaggio legato ai temi di un mondo tradizionale che oggi rischia di non essere più (ri)conosciuto. Il volume è caratterizzato dalle illustrazioni di Giovanni Spiniello, i cui disegni catturano un verso tra le pennellate di colore, e creano quasi una realtà parallela, dando vita ad una perfetta osmosi tra disegni e parole.

Fra i critici, c’è chi ha rilevato “la dolcezza del verso che caratterizza una poesia fatta di attese e sogni, con la figura dell’allodola a rappresentare una metafora di speranza” (Padre Andrea Davide Cardin), e chi ha delineato i concetti chiave di una poesia che “offre un ricchissimo paratesto, attraverso le immagini di copertina e quelle contenute all’interno della silloge poetica: l’autore va al di là della rievocazione del passato per uno studio dei vari percorsi temporali che annullano la linea divisoria tra il tessuto lessicale e una decodificazione neo-realistica” (Armando Saveriano).

Il poeta Giuseppe Iuliano ha sottolineato come il versificare di Salvatore si possa considerare “un intreccio tra poesia di terra e terra di poesia, di cui la natura e gli animali sono parte integrante”, e sulla scia di Pavese – per il suo richiamo alla vita contadina, in cui regnano malinconia e solitudine – nonostante una certa visione romantica della vita, non si trascura la realtà, che a volte stravolge la pacatezza di quel mondo; secondo il critico Paolo Saggese, Salvatore Salvatore ha un debito culturale nei riguardi di due figure importanti del panorama irpino: il latinista Antonio La Penna, e il poeta dialettale Raffaele Salvatore, che gli hanno inculcato l’amore per la poesia.

I contadini del Sud sono visti dal poeta, che si sente testimone di un mondo ormai scomparso, come figli di un canto semplice e antico, in completa armonia con la natura. Tra i versi è sotteso il ricordo delle tradizioni lontane prese per mano per mantenere intatti i ricordi, in un ambiente che limita e non fa volare lo spirito, trattenuto com’è da qualcosa che lo lega alle radici del mondo. E queste memorie si cristallizzano, portando avanti riti e gesti lontani nel passato che si velano pian piano di realtà. Il poeta si affida alla semplicità, l’unica cosa che sente di offrire al lettore, unita ad una religiosità che sembra avvicinarsi al desco quotidiano come una sorta di presente che accompagna la nostra vita. L’infanzia, età vagheggiata, è vissuta attraverso le illusioni cadenzate, quasi come una sequenza di mesi, come grani di un rosario che disegnano un mondo pacato e privo di ansie.

I Figli dell’allodola diventano creature inermi di una terra offesa, considerata alla stregua di una madre impossibilitata a nutrire la sua prole, in contrapposizione alla madre del poeta che – pur nelle ristrettezze – si prendeva cura di lui, mentre la figura del padre è tratteggiata come uomo antico, impastato come il pane, a simboleggiare il suo legame ancestrale con la terra che coltivava. La natura è sempre presente, incarnata nel vento di marzo che scuote la tranquillità della campagna sibilando come un’improvvisa realtà devastante, ed è segnata da quelle pale eoliche, lacerazione di una terra che mai più potrà trovare il suo equilibrio: in essa le immagini arcaiche hanno perso la loro pregnanza, sostituite dal progresso. C’è tuttavia un seme di speranza: il pettirosso, varco di salvezza, unica voce in una tempesta di solitudine, con la reminescenza della fiumara che diventa l’archetipo dei giochi di fanciullo, travolta anch’essa da una rovinosa metamorfosi del paesaggio.

Salvatore Salvatore – Figli dell’allodolaDelta 3 Edizioni 2010, pp. 64, euro 10.

Ilde Rampino

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