Logopea

La poesia ci appartiene

In Commenti on 10/11/2010 at 17:59

Pomeriggi davvero interessanti quelli trascorsi nella suggestiva – quasi fiabesca – cornice della Biblioteca Statale di Montevergine. La rassegna Voci e note d’autore non ha tradito le attese, rivelandosi occasione di confronto e riflessione.

Doverose alcune considerazioni da assidua ed attenta spettatrice degli eventi.

Immersi nella calda ed accogliente atmosfera, il pubblico presente (quello che ha voluto – e sottolineo voluto – esserci) è stato piacevolmente travolto da uno tsunami di versi, note e parole. E non poteva essere altrimenti, dato il consistente numero di autori presentati. Una realtà che si concretizza in uno sforzo editoriale rischioso ma al contempo fiducioso.

Quest’ultimo aspetto merita di essere sottolineato: la nostra Irpinia si conferma terra di poeti.

Il poeta irpino, forte, tenace, testardo (come solo gli uomini e le donne di questa terra sanno essere) reclama la giusta gloria. Ma come giungere al meritato alloro? Basteranno gli sforzi di alcune sane amministrazioni quale quella di Mercogliano, e quelli ammirevoli di alcuni noti critici e cultori del campo?

Credo di no.

C’è chi si interroga, chi discute, chi tenta soluzioni. Ma per arrivare ad un pubblico consapevole e convinto, bisogna (a mio modestissimo avviso) sgombrare il campo da tutta una serie di pregiudizi che ruotano intorno alla poesia e alla figura del poeta.

Voci e note d’autore ha dimostrato che è lontana anni luce l’immagine stereotipata del poeta, quella specie di eremita chiuso e rinchiuso per sua volontà, e per sua volontà fuori dal mondo.

Il poeta targato 2010 è un uomo o una donna che vive il nostro tempo. Ha una famiglia, dei figli, opera in settori lavorativi di responsabilità, si occupa del sociale; affronta i rischi e i pericoli, ma gode anche delle gioie e delle soddisfazioni della quotidianità.

Con ciò, non voglio dire che tutti possiamo fare poesia. Lungi da me pensare anche al più timido degli approcci. Però un fatto è certo: la poesia è di tutti.

E allora perché ancora nutriamo un certo timore reverenziale, perché non ci sentiamo mai all’altezza di comprendere? Perché scegliamo la strada più comoda dell’indifferenza?

Il poeta oggi non scrive solo per sé, o per vana gloria, ma volge lo sguardo agli altri. Si pone dubbi, a volte profondamente intimi e spirituali; esige risposte.

Allora, perché non concretizzare ciò che sembrerebbe essere irreale?

Pensate all’impatto sociale di una poesia come Threnos (da Versoñador, di Armando Saveriano): quale motivo di discussione potrebbe essere, in una scuola, tra adolescenti! Oppure “Pale Eoliche” (da Figli dell’allodola, di Salvatore Salvatore): ragionarne con chi ci convive e ne ha denunciato lo scempio, non potrebbe aprire un dibattito ancora più ampio di quello prettamente poetico? Per non parlare della ricerca interiore, dell’amore, di Dio (come Semi di luce, di Felicia Salomone).

Solo così l’opera sarebbe compiuta, e noi non avremmo più paura della poesia.

Roberta Giardullo

Annunci