Logopea

Tutti inglesi

In Commenti on 21/11/2010 at 10:24

Il buon italiano, quello parlato,  per tacere dello scritto, va progressivamente a ramengo.

La consecutio non la rispetta più nessuno; l’imperfetto ipotetico prende il sopravvento sul congiuntivo e sul condizionale; il presente indicativo spiazza il futuro.

Ci ha messo tanto, l’italiano, per diventare patrimonio comune. Historia docet: secoli di storia insegnano.

E in netta progressione viene oggi inquinato da dosi massicce di conformismo lessicale, dal burocratese, dal contagio giornalistico, politico, tecnico, dall’anglicismo direi esasperato.

In Europa l’italiano si parla pochissimo, si usa sempre meno. Prendiamo l’Unione Europea, che in teoria dovrebbe rispettare la cosiddetta pax linguistica: nel suo seno, alla faccia della salvaguardia del multilinguismo, si ha di fatto una sproporzione di dignità, perché ci si esprime in inglese – in misura minore in tedesco e in francese –, a danno delle ventiquattro altre lingue ufficiali in correlazione nelle istituzioni europee.

L’italiano non è più considerata una “lingua di lavoro”, si sostiene all’estero. Ma qualunque pur ben motivato pretesto cozza contro il principio di parità delle lingue.

Nel nostro paese è diventato imperativo categorico imparare a parlare bene l’inglese, ormai espanso a macchia d’olio pure a inficiare il nostro lessico, con effetti inutili e grotteschi, di cui nessuno sembra consapevole.

Adoperare una locuzione straniera, ogni tanto, in un saggio, in una monografia, persino in prosa e in poesia, può dar titolo di eleganza: io stesso faccio ricorso a terminologie straniere, o al latino e al greco (che comunque vantano maggiori diritti di citazione, essendo i principali serbatoi del nostro linguaggio globale), quando voglio imprimere nei miei scritti una più colta e variata segnatura. Non dimenticando, tuttavia, l’est modus in rebus (ecco!): c’è una misura in tutte le cose; ci vuole moderazione.

Guardando indietro, alla mia lontana adolescenza, le lingue straniere che andavano per la maggiore erano il francese e ancora lo spagnolo. Adesso, è il francese in particolare, a essere stato relegato in un ruolo subalterno, sopravanzato persino dal tedesco. L’inglese, a quei tempi, non faceva impazzire d’entusiasmo quasi nessuno; non era amato: era altresì trascurato per il suono cacofonico, difficile, incerto.

Oggigiorno, a scuola, a partire dalle primarie, l’imperativo categorico è: imparare l’inglese.

L’inglese regna sovrano, scalza qualunque altra materia, incluso l’italiano.

Sicché vediamo studenti e studentelli appiccicati alle cuffie stereo e alle dispense grammaticali per acquisire una buona pronuncia e per padroneggiare un discreto uso sintattico dell’inglese, mentre assistiamo al loro crollo clamoroso, allorché si tratti di esprimersi nella propria lingua nazionale, in maniera perlomeno corretta, accettabile. Inutile poi qualsiasi riferimento all’italiano scritto, massacrato fino ai livelli universitari (e oltre).

Ci avviamo, volenti o nolenti, verso un’unica lingua planetaria, a testimonianza della primazia anglosassone: politica, economica, bellica. Difficile ribaltarne ormai la storica sopravanzata.

Tuttavia non posso evitare una notazione: in non poche scuole primarie, sono stati allegramente soppressi, e senza esitare, i P.O.N. di scrittura creativa e di teatro, basilari non solo per il rafforzamento della lingua nazionale (nella pronuncia ufficializzata del dialetto fiorentino), ma pressoché indispensabili per l’allenamento mentale, negli ambiti dello sviluppo delle intelligenze intra e inter personali, verso la conquista di un pensiero autodiretto.

Dappertutto fioccano 50 o 60 ore di potenziamento della lingua inglese, con giubilo delle insegnanti di questa materia (molto spesso donne), regine incontrastate del corpo docente, capaci in alcuni casi di suggestionare o condizionare i dirigenti.

Abbiamo pertanto una velleitaria (proterva) casta di anglofile perfette – chissà, però, in quale percentuale affidabili – che (ahinoi!) si rivelano emerite somare in italiano (grammatica e sintassi, letteratura), con speciale riguardo alla sconosciuta, disprezzata ortoepìa.

Io provo una chiara vergogna, di fronte a questo fenomeno. Voi no?

Armando Saveriano

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  1. No.
    Amo l’italiano, amo l’inglese. Forse, se li studiassi, amerei anche il francese, il tedesco, il russo e l’arabo. Sono lingue, e conoscerle vuol dire acquisire anche una piccola parte di diverse culture. Che si tratti di greco, di latino, di inglese o di francese, sono sempre conoscenze buone ed importanti.
    Diverso è il discorso per quanto riguarda l’uso dell’italiano. Non credo che attualmente sia usato peggio di una volta: al giorno d’oggi non ci sono solo un’elite di studiosi che usa perfettamente la lingua, da una parte, e dall’altra parte una massa di ignoranti che non sa neppure cosa sia parlare in italiano. In mezzo, c’è un numero altissimo di persone che lo studiano, forse non usandolo propriamente, ma che di certo sono di gran lunga più numerose di una volta.
    Vergognosi sono invece i tagli alla cultura. Vergognoso è non poter offrire contemporaneamente sia il corso di scrittura creativa, sia quelli di inglese e francese. Vergognoso è, per noi giovani, sentirci anche dire che siamo NOI i dissoluti dei quali non ci si può fidare, quando quello che ci offrono gli adulti è questa Italia qui. Scusate l’asprezza.
    In ogni caso, viva le lingue!

  2. A volte mi sento un po’ come i poveri coloni pre-colombiani. Invasi, usurpati, costretti a surclassare le proprie radici in favore di lingue più… giuste(?)
    Eppure non sempre funziona così. Quando questa enorme massa di terra e acqua chiamata Mondo si renderà conto che tutto sta diventando un clone di tutto, sarà tardi. Io amo l’italiano, e lo rispetto. Ma amo anche le altre lingue, e ripeto ALTRE, perché in ogni caso la mia lingua, quella a cui non rinuncerei nemmeno sotto tortura, è l’italiano. E lo dice una laureata in lingue e letterature straniere, per giunta. Tutto diventa più “fast”, più veloce. Le mail, gli sms, hanno sostituito quelle lettere macchiate d’inchiostro e lacrime, nelle quali si leggeva veramente la persona. E c’era calligrafia, c’erano impronte, c’era il gusto di pensare “questo qui si è seduto in tal posto e ha scritto PER ME”. Io, da anima antica qual sono, mi diletto ad usare internet… sì, ma per guardare film in costume in cui l’italiano parlato era veramente forbito. Mi affascinano i dialoghi in lingua “vetusta”. Mi affascina il mondo guardato all’indietro. Un ritorno al passato? Farebbe del bene a tutti.

  3. Fascino. E’ importante rendersi conto che si tratta per lo più di questo. La lingua italiana sta perdendo quel suo fascino. E’ affascinante pensare alla carta scritta, così come è affascinante pensare al papiro o a chi, per scrivere, era perfino costretto ad incidere la pietra.
    Eppure esiste il progresso, e non credo sia condannabile. Presto le nuove generazioni riusciranno a separarsi dalla carta, a guardarla come io guardo la piuma d’oca bagnata nell’inchiostro, ovvero come qualcosa di splendidamente antico. Lo stesso accadrà per la lingua: le persone abbandoneranno le parole più antiche, che saranno per loro eguali a ciò che è per noi il latino.
    Tutto si muove un po’ più veloce con l’avanzare del tempo, noi rincorriamo il mondo, e non lo prendiamo mai, ma ci avviciniamo ad esso sempre più, sempre più…
    Ritorno al passato?
    Quanto di più deleterio possa esserci in questo mondo.
    Bisogna guardare il passato, non reimmergersi in esso. Il passato è la culla nella quale amiamo dondolarci quando sentiamo che è così difficile non avere molte certezze… ma in fondo siamo noi a doverle costruire le nostre certezze.
    Siamo noi il futuro. Siamo noi ciò che sarà, e non possiamo essere ciò che è già stato.

  4. Caro Armando,
    lo sai, io sono stata una frequentatrice del famigerato P.O.N. di inglese in quinta elementare. Non ci crederai, ma quel corso è servito realmente a migliorare la mia preparazione. Ora che sono alle medie mi rendo conto che l’inglese approfondito mi rende tutto più semplice. Adoro l’italiano, altrimenti non sarei entrata in Logopea. Ti prometto un giorno di recitarti Shakespeare in maniera perfetta.
    Bye for now
    Cristiana Mangiusti

  5. Caro Armando,
    le tue affermazioni hanno provocato un vero e proprio terremoto (del resto siamo vicinissimi all’anniversario). Pur comprendendo le ragioni del tuo sfogo, non posso non condividere le tesi delle precedenti commentatrici, sottolineando un aspetto pur fondamentale, ossia la formazione professionale e il futuro lavorativo dei nostri ragazzi. Oggi i bandi dei concorsi, sia pubblici che privati, pretendono la perfetta conoscenza della lingua inglese nonché l’assoluta padronanza del PC. Perciò, come non prendere in considerazione la possibilità che la scuola offre di approfondire tali conoscenze?

  6. Rispondo a Tiziana Correale.
    Sono d’accordo con te circa la necessità del progresso. Quello che, (a mio avviso, basandomi su una mia liberissima ed arbitraria impressione) Armando cercava di dire è :”ma è giusto che i giovani (e non!!!) prendano tanto sottogamba la NOSTRA lingua?”
    Io non so tu cosa faccia nella vita, ma sicuramente se sei in Logopea significa che alla parola dai un gran valore. A me fa onestamente molto male vedere che gente plurilaureata in lingue straniere che spaziano dall’arabo al norvegese antico siano poi in grado di mettere su carta scritta e controfirmata orrori come “via D’uomo”(????), oppure “Sempliciemente”. E credimi, ne ho visti tanti. Ergo, maggior attenzione all’italiano, e…un pò meno per le lingue. Dopotutto siamo italiani.

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