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L’altra campana

In Commenti on 23/11/2010 at 17:00

Trovo opportuno aggiungere una personale osservazione al post precedente, anche alla luce di tutte le gradite risposte pervenute (qualcuna appena off-topic, in effetti, ma personale e quindi legittima). Il mio punto di vista è da bastian contrario, come al solito: prova ne sia l’inserimento di qualche inglesismo qua e là, all’occorrenza anche a dispetto.

Ben comprendo i motivi che hanno spinto Armando Saveriano nello scrivere contro l’uso di massa dell’inglese, a suo dire eccessivo e penalizzante nei confronti del corretto insegnamento dell’italiano, e di tutti i corsi ad esso correlati (scrittura creativa, dizione, drammatizzazione, progetto lettura), in tanti istituti scolastici. Li capisco, e parzialmente li condivido: la sua rabbia per la sparizione di detti progetti è giustificatissima, da un punto di vista educativo-qualitativo ma anche sotto il profilo economico, visto che si tratta comunque di prospettive lavorative sfumate. Però non li accetto in toto, perché dietro la lamentela si celano pregiudizi linguistici ed errate convinzioni.

Sono convinto che la lingua italiana debba avere la priorità sulle altre, se è vero che – pur inseriti nell’Unione Europea – continuiamo maldestramente nei nostri tentativi di mantenere intatta l’orgogliosa nazionalità. Non quella da cartolina, fatta di machismo latino, di buon cibo, di calcio, di arte e paesaggi, né quella che consente agli stranieri, indistintamente, di canzonarci per un certo tipo di politici nostrani un po’ troppo birichini e dediti a scandali di varia natura.

E sono d’accordo con tutte le corrette asserzioni relative al modo (scadente e carente) in cui – presso determinati istituti – si insegna l’italiano: si impartisce la grammatica giusto al minimo sindacale, in modo da dare spazio agli autori previsti dagli ormai tristemente famosi programmi ministeriali. Tutto lecito, se le insegnanti di lettere (al femminile, perché in stragrande maggioranza sono donne) fossero preparate ed all’altezza del compito che viene loro chiesto. Ma spesso, a mio avviso, non lo sono. Né alle scuole dell’obbligo, né tanto meno alle secondarie superiori, in alcuni casi diventate – per stessa ammissione di qualche docente sincero – dei diplomifici a tutto tondo.

Tempo fa, un’insegnante delle secondarie mi faceva notare quanto fosse difficile completare i programmi e seguire contemporaneamente i progressi di classi numerose, e lo sottolineava come se il ministero e il dirigente scolastico chiedessero la luna. La signora era evidentemente dimentica del fatto che fosse proprio quello il loro compito, e che in genere non è opportuno fare leva sui collegi dei docenti e sulle casse d’istituto per attivare i cosiddetti “corsi di potenziamento” (ed affrancarsi da qualche argomento e da qualche verifica sul campo che possono demandare ad altri), se agli allievi mancano le basi. E qui mi allaccio al post della brava Cristiana, nel cui modulo progettuale di inglese advanced, un anno fa, pare siano finiti diversi allievi avanzati (nell’altra accezione del termine), grazie ad un setaccio dalle maglie molto larghe.

Quella che stiamo vivendo è esattamente un’espansione linguistica d’oltremanica o d’oltreoceano in tempi di (apparente) pace, che per certi versi è simile a quanto perpetrato dall’impero romano e dai popoli colonizzatori qualche manciata di secoli fa. Corsi e ricorsi storici, per dirla con il sempre valido Giovan Battista Vico. Assodata la validità delle osservazioni relative all’avanzata britannica nelle ore scolastiche ed extrascolastiche, rimane il capitolo legato alla vita quotidiana, a quella lavorativa, e alla cultura degli anni Duemila, aspetti sottolineati da Roberta Giardullo nella sua risposta. Come lei rimarcava, non siamo in Europa solo per la posizione geografica: è quindi opportuno acquisire anche quella che – piaccia o no – è attualmente la dotazione minima richiesta perché ci si possa considerare veramente cittadini europei. Nello specifico, la conoscenza dell’inglese e del pc, elementi indispensabili – nel 2010 – per qualsivoglia giovane che conti di fare un lavoro diverso dal bracciante agricolo in nero.

L’articolo di Armando aveva un indirizzo ben preciso, in riferimento all’ingerenza di insegnoranti che, da perfette factotum, stabiliscono meglio – e con potere superiore a quello di qualsiasi dirigente scolastico – quali siano i progetti da attivare e che cosa abbia priorità, nella programmazione annua di una scuola dell’obbligo italiana (caso che si ripete purtroppo di frequente, sulla scorta di chissà quale assurda regola non scritta).

Ciò non toglie però che rimangano ancora in piedi i pregiudizi e le convinzioni sbagliate di cui facevo accenno in precedenza. Armando detesta l’inglese, per sua stessa ammissione. Preferisce la musicalità del francese, altra lingua che – come la nostra – è ormai démodé, quasi un elegante dialetto, senza alcun peso specifico nel mondo (eccezion fatta per il Canada e per qualche paese nordafricano). Il fatto è che siamo associati ancora al mito della Dolce Vita, che tanto è servito a vendere l’immagine all’estero dei due paesi cugini, e che altrettanto ci imbriglia nei cliché. Purtroppo, da fuori, ci vedono ancora così: i francesi tutti charme e stile, e gli italiani (quando ci va bene) tutti pazzi per Sofia, tutti seduttori come Marcello, tutti simpatici come Tina (Pica). Come dire, cuore – sole – amore, e stereotipi a volontà.

Armando è romanticamente ancorato all’italiano come centro del proprio universo, e non si dimentica mai  del nonno Greco Antico e del padre Latino (lingue desuete, obsolete, non a caso definite lingue morte: utili ed interessanti, ma falsamente intellettualistiche, ed ormai buone soprattutto per citazioni ed autoreferenzialismi). Siamo nel 2010. Lo si voglia o no, l’universo è anglofono, ed è duemila anni più avanti.

La nostra stessa lingua madre si è evoluta naturalmente, assorbendo termini da tutte le altre culture; ma non è una questione recente, si tratta piuttosto di una sovrapposizione dovuta a secoli di dominazioni straniere. Allora determinati integralismi anti-british possono solo essere paragonati a quelli che si verificano in Francia, esclusivamente in quella Francia ultraconservativa ed arcaica che preclude le proprie frontiere agli altri idiomi in maniera radicale: da loro, e soltanto da loro, un dignitoso computer (che – si badi bene – non è un prodotto di origine transalpina) diviene un ridicolo énumerateur, anche alla faccia dell’Unione Europea, di cui pure fa parte. Un po’ come se noi italiani traducessimo alla lettera un hot dog, ed appiccicassimo alle vetrine delle paninoteche dei cani caldi capaci di far inorridire attempate signore e giovani animalisti.

Ritornando al mondo classico, riconosco come l’inserimento di qualche locuzione greco-latina in un testo possa essere elegante, in alcuni casi meglio calzante di altrettante espressioni contemporanee, ma secondo me non si deve mai perdere di vista l’intento di arrivare a qualunque possibile lettore (come sosteneva Enzo Biagi: non uno a caso, per intenderci), ivi inclusa la casalinga di Voghera di breriana memoria. Un testo infarcito di grecismi e di latinismi, che ti obblighi a spostare continuamente l’attenzione sui dizionari, è fastidioso esattamente quanto altri in cui il politichese, il burocratese e gli anglicismi si espandono a dismisura. Certo non useremmo mai un’espressione latina per definire il periodo della settimana che va dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina: quello, ormai, è per tutti un weekend.

Est modus in rebus, non è vero, Armando?

Il fruitore medio non è obbligatoriamente tenuto a conoscere le lingue morte, né ad attingere a grammatiche e vocabolari tecnici solo per capire cosa volesse intendere l’eventuale autore di cotante stilosità. Vista la formazione culturale eterogenea della nostra popolazione, un lettore tipico potrebbe perfino essere un commercialista curioso, probabilmente una persona con studi non umanistici, che non debba sentirsi penalizzato solo perché gli istituti tecnici non prevedono corsi di greco e di latino. E’, questa, un’errata convinzione di chi crede che i licei classici (e in parte quelli scientifici) siano il top dell’istruzione, e che sia il titolo culturale a fare di un uomo un letterato. Non sono i licei, a sfornare la cultura. E non sono i laureati in lettere quelli che sanno scrivere. Non più, almeno, e lo si è capito già decenni addietro: quel Nobel ad Eugenio Montale è stato un vero e proprio schiaffo a tutte quelle arroganti, spocchiose persone che sostenevano le tesi di cui sopra. Montale era un ragioniere, non un preside del liceo classico.

La reale idiosincrasia armandesca per il british language, quindi, può essere stato solo un pretesto: come tutti possono riscontrare in una qualsiasi classifica, cercando in rete, non è affatto l’inglese la lingua più diffusa al mondo: prima ci sono il cinese (in una dozzina di varianti) e poi l’hindi, principalmente per questioni demografiche. Ma l’inglese, in parte per il ruolo centrale degli USA nel panorama internazionale, ed in gran parte per la praticità e la modernità, le ha fortunatamente scalzate: immaginereste mai un colloquio di lavoro in cinese, o in hindi?

L’italiano, come è giusto che sia, si parla soprattutto in Italia, né più né meno di come l’estone si parli in Estonia, o il turco al di là di Bosforo e Dardanelli. Non siamo più (vivaddio) un paese colonialista ed espansionista, così come non lo sono gli altri che ci circondano, ed è conseguentemente logico che la nostra lingua sia usata laddove serva. Cosa dovrebbero allora dire gli svizzeri, che non dispongono neppure di una vera lingua nazionale, incastrati come sono tra quattro stati dalla presenza idiomatica forte?

L’effetto grottesco di cui si parlava nel post precedente è dovuto essenzialmente alla cattiva predisposizione che in generale gli italioti medi hanno nei confronti di una lingua che credono sia facile da maneggiare, e che diventa ostile nel primo istante in cui essi scoprono che non si legge come si scrive. Ma questa difficoltà pare valida pure per l’italiano, tant’è che lo stesso Saveriano – nei suoi scritti – inserisce accenti a mani basse, quale eccesso grafico di zelo fonico. Come se ci fossero soltanto stranieri, a leggerli, e come se gli indigeni peninsulari fossero una massa indistinta di analfabeti.

Capitolo a parte per certe insegnanti: che non sappiano trasmettere la nostra grammatica, è semplicemente segno dei tempi. Gli stessi ragazzi, molte volte, non riescono a distinguere una congiunzione e da una forma verbale è, e si limitano ad applicare le formule-risparmio tipiche degli sms, cioè lettere con (eventuali) accenti indefinibili ed indefiniti, ed orribili abbreviazioni tipo xché, cmq, tvumdb anche nelle applicazioni scolastiche. Certo, le colpe dei padri non debbono ricadere sui figli (citazione biblica, stavolta, a dimostrazione che il sottoscritto non odia il mondo antico, come altri vogliono far credere): se la generazione precedente è lessicalmente impreparata, i giovani non ne hanno alcuna responsabilità. Non ce la possiamo certo prendere con loro, se i genitori non sanno usare una penna, e neanche se non la sanno usare i loro docenti.

Ma i tempi moderni sono questi, che lo si voglia o no. Abbiamo il computer, abbiamo internet, abbiamo la possibilità di imparare le lingue straniere. E tante altre cose interessanti, arrivate soprattutto da paesi che nulla sembravano spartire con il nostro. Grazie al cielo abbiamo anche i numeri arabi: immaginate cosa sarebbe stato, far di conto con i numeri romani? Per fortuna siamo nel MMX. Pardon, nel 2010. Quasi 2011.

Giovanni Vesta

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  1. Molto interessante questa disfida di cui prendo atto e che mi vede in media res. Piango il dolce linguaggio perduto, le competenze abrase dai cellulari e dai giochi solitari, piango un italiano che ho acquisito essendo di lingua materna dialettofona. Non piango una lingua che si è fatta, grazie alla tivù, nazional popolare; mi pare che manchi nell’una e nell’altra disamina la riflessione che è sempre il potere economico dominante a stabilire le regole, perfino la lingua da usare. L’inglese segnala la supremazia della tecnica elettronica e commerciale che ha in detta lingua il verbo di scambio. Se domani sarà la Cina a dominare, introdurremo il mandarino, così succede da sempre. Il greco si diffuse con Alessandro Magno, il latino con Adriano, poi vennero i barbari e nacquero i vari barbarismi. In queste terre romagnole, dominate dallo stato pontificio che aveva truppe di varia nazionalità, si sentono nei dialetti e anche nei toponimi delle città. A Bellaria, mercato dei Saraceni, molti abitanti hanno per cognome Vasini o Morri, guarda caso, di chiara ascendenza. Io amo questo mio italiano e vorrei che tutti lo conoscessero bene, mentre è vero che c’è una profonda ignoranza diffusa, di cui la scuola è colpevole solo in parte. Poi ben vengano le altre lingue; ognuna di essa porterà una fetta di cultura.
    L’inglese è una lingua facile, pochissimi lemmi, sintassi ridotta. L’ideale per i tempi della globalizzazione. Ignorarla sarebbe andare contro lo spirito dei tempi; lo si può fare sul piano ideologico e politico, meno su quello culturale.

  2. Sai, Giovanni, anche un pizzico di fortuna non guasta! Eh sì, proprio quella! La fortuna che auguro a mia figlia è che possa incontrare, nel corso dei suoi studi, persone interessanti e interessate come te e Armando, insegnanti appassionati e validi sotto ogni profilo, amici che condividano con lei la passione per lo studio ed il sapere. Lo sai, io sono un genitore esigente. Non sopporto la scuola assistenzialista, quella che alcuni ancora considerano un mero parcheggio. Io pretendo dalla scuola il massimo impegno. Oggi siamo in molti a pensarla così, sarà che la nostra generazione (per intenderci, i liceali degli anni ’80) ha dovuto cavalcare suo malgrado, e a volte senza alcun tipo di preparazione specifica, le trasformazioni della nostra società. Con fatica ci siamo riusciti. Per i ragazzi sembra tutto più semplice, ma non per questo bisogna abbassare la guardia. Se il loro futuro dipende da noi e dai nostri insegnamenti, converrà rimboccarci le maniche e impegnarci a formare una classe dirigente davvero all’altezza.

  3. To be or not to be? This is the question!
    Naturalmente è solo una battuta! Ci tengo all’italiano (mi ritengo una accanita sostenitrice del congiuntivo, come sperimentano i miei figli) e trovo fastidioso trovare termini estranei all’italiano nei testi che leggo. Però questo vale per il latino, come per l’inglese. Ma solo perché non li conosco. E incontrare in continuazione termini come audience, target, budget, wireless (e via elencando) mi inquieta e cominciano a prudermi le mani.
    L’inglese, purtroppo, va conosciuto perfettamente, anche se si vuole svolgere un lavoro agricolo, non fosse altro che per poter leggere le etichette della Monsanto. Ciò non toglie che un perfetto italiano debba essere un biglietto da visita di sé stesso e del proprio popolo e che debba essere separato dalle infiltrazioni esterofile (senza diventare sciovinisti quanto i francesi): si possono benissimo usare i corrispondenti vocaboli italiani al posto di quelli inglesi, perché ce ne sono sempre (e anche più di uno).
    Però, per conoscerli, questi benedetti vocaboli, bisogna leggere, scrivere, studiare al di là e meglio di quanto richiedano gli insegnanti della nostra sempre più povera scuola.
    E allora ci è concessa qualche defaillance nel parlare e scrivere in inglese, perché siamo italiani, ma non possiamo permetterci strafalcioni grammaticali o dialettali, perché non siamo inglesi.

  4. Rispondo a Marinella. Giuste le tue affermazioni, ma la perfezione non appartiene a questa terra! A meno che non vi sia l’aspirazione a divenire il nuovo Eco da una parte, o il novello Orwell dall’altra. Ribadisco il mio personale modo di intendere il sapere, che non deve chiudere la porta al trasformismo e all’innovazione, per non sentirci – come spesso accaduto – impreparati di fronte alle novità. Sarà che io, forse povera illusa, do per scontato l’uso del congiuntivo, do per scontato l’uso del vocabolario in caso di necessità, come do per scontato lo studio del latino, del greco, dell’amata filosofia. La cultura non pone limiti né di tempo né di spazio; magari siamo noi che, a volte, per pura pigrizia o per mancanza di apertura mentale, li imponiamo agli altri e a noi stessi.

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