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Il Barone della fantasia

In Libri on 26/11/2010 at 16:14

La tendenza – oggi fortunatamente superata –  all’esterofilia, con specifico riguardo alla firma di romanzi di genere e romanzetti pulp di consumo, era dilagante negli anni della mia infanzia e adolescenza. Se si voleva vendere (nello specifico fantascienza, fantasy e horror), era imperativo adottare uno pseudonimo anglofono, semmai francesizzante o tedesco. D’altra parte lo imponeva l’editore. Sovente il nome degli abdicanti autori, che abbozzavano alla necessità di mercato, sacrificando – certo non con animo esultante – l’ufficiale paternità, compariva sotto il titolo fittizio di traduttore.

Oggi la cultura italiana si è adeguata agli evoluti e non settari palati, offrendo opportuno riscatto ai forzati dell’eteronimo d’oltralpe, d’oltremanica;  nessuno storce più il naso se un volume è firmato Luigi Naviglio e non Louis Navire.

Non dimentichiamo che la fantascienza ha avuto in Italia coraggiosi e apprezzabili precursori, via via più emancipati e talentuosi. Senza contare poi le ascendenze anche italiane (sia pure nella scelta dell’ambientazione, ritenuta agli occhi dello straniero esotica, ideale) del gotico, visitato da storicamente affermati autori: a titolo d’esempio, Manzoni, Bozzoni, Guerrazzi, D’Azeglio, Tarchetto; per me il Fogazzaro di Malombra, che io stimo un capolavoro di ambigua degustazione gotico-psicologica. O il Gian Piero Bona di Le dimore inquiete.

Se l’horror era e doveva essere appannaggio degli scrittori inglesi, la fantascienza apparteneva di diritto agli americani. La prima testata a intervallare agli stranieri qualche nome italiano fu la rimpianta Galassia. Investendo (e rischiando) di suo.

Dopo essermi imbattuto, per caso, nello stupefacente, impressionante romanzo Le larve di Claudio Morandini, una mattina di qualche mese fa, mentre scrutavo un po’ scoraggiato gli scaffali dell’edicola  fui attratto, con svogliatezza, dal titolo di un volume della collana  Urania Epix (che finalmente torna a rivolgersi ai lettori non proprio appassionati della monumentale, stucchevole SF ipertecnologica): Carni (e)strane(e). Firmato da un certo Adriano Barone. A me sconosciuto.

Cosa fu, a catturarmi? Il titolo ingegnoso? La sulfurea tavola in copertina? O forse un impulso di giustizia e di fiducia verso gli scrittori popolari nostrani, benché già ampiamente riabilitati?

Lo acquistai, dunque, e buon per me. Perché la lettura dei racconti di questo giovane esordiente (nel campo della prosa), si rivelò immediatamente succosa, intrigante e complessa.

Barone imposta i suoi lavori con grande impiego di luoghi, spazi e tempi alternati, quasi giocando con il destinatario (amando confonderlo sino all’estrema burla), che è costretto a cavarsela nel dipanare un elegante tessuto allucinatorio, in parte ammiccante e ironico, in parte indisponente e ustorio. Procede per frammentazione, fotografando ambienti, personaggi e storie, e fissandoli nell’immaginario come sequenze da videoclip mainstream o da strisce di fumetto. E dal fumetto egli proviene, e con la telecamera ha a che fare. Tanto si evince dalla breve nota biografica in chiusura di libretto.

I racconti di Barone sono audaci, per trama; nient’affatto banali nei dialoghi; spiazzanti nella caratterizzazione dei personaggi,  brutalmente demistificanti (a svantaggio di cliché e di stereotipi psico-etico-sociali). Barone padroneggia la crudeltà e la somministra in maniera difforme, ma non meno magnetica e devastante, di quanto fa il lanciatissimo Morandini. I ruoli sono ribaltati, l’imprevedibile è sempre dietro la porta. La tensione è alta. La manipolazione del personaggio e del lettore è spregiudicata, spietata, divertita.

Barone non tradisce o trascura la resa dello stile, mirando soprattutto alla trovata. L’aspetto interessante che nobilita i racconti è la stupefacente capacità di spacciare, empaticamente, sensorialmente, come credibili plot, protagonisti e comprimari pur nella più delirante festa del caos! Non ultima la scelta geniale di narrare, con naturalezza, intrecci emotivo-erotici a sfondo omosessuale, aborrendo preconcetti e disdegnando concezioni da medioevo.

Il cinefilo che ha apprezzato il difficile Inception, di Christopher Nolan, un probabile apripista (assai più del via via delusivo Matrix), con Leo Di Caprio (già pioniere nel fagocitante Shutter Island), si troverà ben felice e disorientato nello sguazzare tra i labirinti realistico-onireggianti, o onirico-realistici, di Adriano Barone, tra l’altro accorto dosatore, nelle sue pagine eccessive, di un cupo-cupreo, corrucciato lirismo.

Dai troppi fumi del trash, finalmente un bel libro nostrano, che a dispetto di un’uscita forse un po’ sottovoce, di sgusciante visibilità, è da considerarsi un cult. E questo determinato, brillante giovanotto, un maestro. Che merita di essere letto, analizzato, conosciuto dai più. Compresi i non diretti/eletti estimatori. Acquistate il libro, immergetevici, consigliatelo, diffondetelo.

A quando il romanzo, Adriano?

Adriano Barone – Carni (e)strane(e)Urania Epix / Mondadori 2010, pp. 300, euro 4,90.

Armando Saveriano

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