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La confessione e l’attesa

In Libri on 12/12/2010 at 12:18

Amo soffermarmi – lo si sa – sul paratesto di un volume, soprattutto quando rigoglioso di spunti, di significati. Già nel titolo esplicitante: Dissonanze.

Dissonanza è un’alterazione percettiva, un effetto discordante, perturbativo.

La dissonanza, in musica, è la particolarità attribuita ad alcuni intervalli e accordi di produrre un effetto di insoddisfazione, una sorta di disarmonica armonia. Ma nella psicologia cognitiva (e Dissonanze è un’opera dal preminente tessuto psicologico-filosofico, oltre che letterario e teatrale) la dissonanza è il rapporto di incongruenza tra gli atteggiamenti cognitivi dell’individuo ed elementi dell’ambiente esterno; la dissonanza è percepita come sgradevole dall’individuo, che è spinto a tamponarne l’ingerenza.

La tavola di copertina è un particolare della tela Dal lago di Georgia O’ Keeffe, una pittrice del Wisconsin. Le sue opere propongono spesso intonazioni surreali, che scorrono all’occhio quasi in movimento, in flusso, deflusso, riflusso, ora sciolte, ora raddensantisi. E Annamaria Gargano non ha scelto certo a caso questa particolare pittrice e questo particolare dipinto: c’è stata tutta una ricerca, uno studium per orientamento e debito di passione, com’è giusto che sia quando si lavora a un progetto letterario che si ama soffrendo e si soffre amando. Notiamo la contrattilità del segno e del colore, e il suo contemporaneo discioglimento: il contrastante convive con il suo opposto. L’immagine scorre, ma si imprime e ritorna, come i labentia signa. L’immagine della pittrice, se si innesca l’empatia estetica nel soggetto contemplante, in chi guarda, assorbe e ne fruisce, vediamo che si dissuga, si prosciuga; contemporaneamente, però, si dissuggella: si apre, si schiude, si rivela.

Il testo intero, partendo dal titolo e dall’illustrazione, è tutto giocato sul concetto di aufhebung, termine quasi intraducibile in italiano, usato da Hegel per esprimere il carattere peculiare del processo dialettico, che nega e supera un momento e una categoria, e, nello stesso tempo, eleva e conserva in un ulteriore momento, in una ulteriore categoria, che ne è quasi paradossalmente l’inveramento, il completamento. Per intenderci, il significato ci conduce al latino tollere, togliere e mantenere, sollevare e serbare, in perfetto bilanciamento dell’ambivalenza. Ogni personaggio è duale; ogni dualità è a sua volta frammentata, come nelle sfaccettature di un prisma. Ci troviamo nello studio medico di un terapeuta: la sala d’attesa, che per i suoi occupanti e per il lettore ipotetico diventa un non-luogo. Uno spazio fuori confine, ove vengono progressivamente spodestate le coordinate comuni, ove le dimensioni ordinarie, le prospettive retrocedono, s’allontanano, s’annebbiano, quasi scompaiono, per favorire l’amplificazione del lavorio introiettivo, il soliloquio che è o sembra dialogo con altre parti dell’in sé, e durante il transfert con il medico. Lo psicoterapeuta a sua volta si fa propaggine d’ascolto nell’occhio interiore del visitatore. La poltrona su cui siede potrebbe essere vuota, o occupata da una presenza-assenza: questa figura potrebbe fungere da ente metafisico, da feticcio dell’antropologia quotidiana, da icona, almeno finché l’altra grande ascoltatrice di tutte le vicende, umanissime e patetiche, crudeli e bizzarre, toccanti e sorprendenti, la scrittrice Gargano, non decide di rivelarcelo: non come entità super omnes, distante ed esente da contraddizioni, dubbi, miserie e pulsioni insofferenti, ma come creatura a sua volta irrisolta, frangibile e vulnerabile.

Il medico e l’infermiera sono essi stessi in balìa di ossessioni, compulsioni, preda di dilemmi e di sottese fobie: ed è qui che prendono corpo e sostanza, vestendo la loro identità per assurgere a protagonisti della propria vicenda-vita, e non più come comprimari o comparse compiacenti, prive di azione drammatica, di funzione drammatica. Le tessere del mosaico si accostano proprio dalla loro reale scomposizione, in virtù del coagulare tante voci in un romanzo dilatabile nel romanzo a moduli componibili: il lavoro trova il suo collante in questa microcommedia umana, dove il gioco di specchi continuo regola e sospende da ogni regola, con un ribaltamento di ottica, di punti di vista che spiazzano di continuo il lettore e costituiscono una formidabile frusta da suspense psicologica.

Il guasto c’è: in ogni personaggio; chiedendo di essere unico, ogni protagonista si manifesta esemplare per i tanti. Si oggettivizza, nelle manie, nelle resistenze, nelle eccentricità, nei trasporti pulsionali. Donne e uomini in attesa si difendono con una totale o parziale rimozione, con un addomesticamento dei sensi alla razionalizzazione. Eppure, nel fondale, inevitabilmente, qualcosa si agita, ribolle, reclama la superficie. Il senso di recarsi e permanere in quel non luogo, per ognuno, sotto il bisturi paziente dell’attesa, effettivamente è quello di cercare, provocare l’abreazione, cioè il disvelamento cosciente del nodo traumatico da superare e da sciogliere: processo non immune da istanti spastici. Il narrato si dipana in un reticolato emotivo, che, come per vocazione dell’autrice, s’intinge di lirismo, dislocando un circuito di commozione, quando la telecamera sensoriale indugia su particolari apparentemente innocui, casuali. Finché l’ironia non crepita, non corregge l’angoscia, non offre un’uscita di sicurezza, non porta quiete, come nel bel racconto Frutta e Verdura e in non pochi frammenti della sezione minimalista del libro intitolata e altro

Annamaria Gargano – DissonanzeStorie sedute e altroMephite 2010, pp. 132, euro 12.

Armando Saveriano

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