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La memoria nei suoi istanti

In Libri on 12/12/2010 at 12:48

Il mio primo, vero incontro con una scrittura ad elevata scossa emotiva avvenne verso i quattordici anni, quando mi imbattei in un toccante racconto di Ray Bradbury, Il condotto sotterraneo (da cui, anni dopo, avrei tratto una riduzione teatrale e un radiodramma).

I racconti dello statunitense Ray Bradbury (di cui raccomando a tutti la lettura), pur essendo sovente d’impianto fantastico, hanno una potente, innegabile dignità letteraria, di stile e contenuti, a testimonianza dell’atemporalità di un grande autore e di una grande scrittura.

Nella comparazione, Il mio torrente e altri racconti, la delicata raccolta di novelle di Giuseppe D’Errico (per lo più rievocazioni del passato), ambientate nella natia Gesualdo (con qualche dislocazione romantico-avventurosa in America, in terra dalmata, a Trani: Il primo concerto ovvero L’orizzonte lontano, Esule in patria, Una gara musicale), raccoglie e contiene uno struggimento capace di perforare ogni pragmatismo, ogni atteggiamento scettico, ogni esoscheletro smaliziato. La penna dell’ex preside dalla voce ben modulata, carezzevole al punto di avergli meritato l’affettuoso appellativo di usignolo, mi riporta alle atmosfere quasi fiabesche di un mondo oggi dimenticato e rovesciato, mi riconsegna il mito irresistibile dell’eterno fanciullo, nel semplice, commovente, sensitivizzante racconto d’apertura (che dà il titolo all’intero libro), premessa irresistibile agli snodi successivi.

Non c’è sentiero più infido di quello del narrato emotivo; un incauto, inesperto autore, incorrerebbe facilmente nella più fastidiosa leziosaggine, nella più scoperta somministrazione di dulcedini al lettore, per accaparrarsene, con mille ammiccamenti, favore e simpatie. Giuseppe D’Errico è autentico maestro, perché lungi è da lui il solo pensiero di barare, di trasgredire: egli preleva tal quale il suo vissuto nel palmo della mano gentile e lo trasferisce sulla carta, al fine di condividerlo con il prossimo suo, ben certo che costui troverà, in quella testimonianza, la parte di sé che riteneva atrofizzata, sporcata, smarrita.

Le pagine di D’Errico stringono la gola, arrossano gli occhi, pungono dentro e insufflano, sempre, fiducia nella vita, riappacificazione con i momenti tristi, gli avversi venti, che a nessuno mancano mai.

Nel rapido parallelo che mi viene di fare con la prosa della conterranea Annamaria Gargano, c’è da dire che questa scrittrice si differenzia da D’Errico per due ingredienti, non somministrati a bella posta; precipui, anzi, del personalissimo narrato e della propria sua identità: l’analisi psicologica e la serpeggiante ironia. L’aspetto melodico compare e si apprezza piuttosto nei versi delle ultime sillogi. D’Errico invece si sofferma di più sulla fluida continuità dell’essere, ha un che di parmenideo nella visione in paratesto, del torrente punteggiato, sulle sponde, da larghe, spontanee, solacee margherite. Uomo e natura sono tutt’uno, così come il quotidiano contatto con l’umano e con il divino assumono contorni sublimi, spiazzante autenticità.

La magia del suo tratto sta nei bozzetti di una memoria che si affaccia dal cuore e trae a sé il desiderio nostro di saper raccontare altrettanto, domani.

La sezione conclusiva del volume è un agile, ritmato libretto d’opera (D’Errico compone anche musica): Judith, la piccola ebrea – Testo teatrale per opera lirica in tre quadri, dove anche il tema più tragico e orrido, quello della segregazione razziale e dello sterminio ebreo, viene disarmato, esorcizzato dalla levità di un canto d’amore, dall’inossidabilità del coraggio e dal soccorso della fede.

Giuseppe D’Errico – Il mio torrente e altri racconti – Global Press Italia 2010, pp. 162, euro 10.

Armando Saveriano

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