Logopea

Solitario è il poeta

In Commenti on 28/12/2010 at 17:03

Le attività di poetare e di dipingere (quando in quest’ultimo caso manchi la presenza effettiva di un modello umano in carne ed ossa) sono arti che richiedono la solitudine. Il poeta e il pittore agiscono in perfetta autonomia, restano con se stessi. Più i loro talenti.

Per scrivere poesia, nella fattispecie, sono sufficienti un pezzo di carta, un mozzicone di matita, un qualunque genere di superficie che possa essere graffitata.

Questo tipo di solitudine presenta solo aspetti vantaggiosi, ed è una formidabile occasione di raccoglimento produttivo molto amata dagli scrittori e dagli artisti.

Ma la solitudine a cui accenno io, hic et nunc, non è altrettanto edificante e ambita.

Mi riferisco all’indifferenza che circonda un autore, bravo o mediocre egli sia.

Alludo alla condanna di non avere diffusione, di rimanere, al di là della più considerevole, costante operosità d’ingegno, uno sconosciuto. Fatta eccezione per pochi amici di cortile. Per qualche ancor più raro sodale.

Il fenomeno coinvolge anche mostri sacri, colonne della letteratura: negli anni ottanta, quando iniziai ad organizzare con Logopea i concerti di poesia, i destinatari ipotetici – benché non digiuni di nozioni, informazioni, cultura – non avevano mai sentito parlare di Mario Luzi, di Giacinto Spagnoletti, Fernanda Romagnoli, di Donatella Bisutti, Anne Sexton, della stessa Alda Merini, oggi millantato referente preferito di poetine rotocalco e teledipendenti.

Figuriamoci cosa potevano sperare (o possono adesso, dopo l’avvenuta scomparsa), Assunta Finiguerra, Pasquale Martiniello, Marco Amendolara.

Io stesso, nel definire per i miei allievi un decente percorso educativo, vittima in primis di storie della letteratura monche e/o settarie e di insegnanti approssimativi, più fedeli al modello impiegatizio che a quello del missionario della docenza, ho incontrato difficoltà, ho vergognosamente fatto tardive scoperte, ignaro di mille lacune, inconsapevole ignorante: del primo e del secondo Novecento, dei fermenti rigogliosi in Campania, ad opera di poeti, critici e teorici; soprattutto riguardo alle riviste letterarie, agli eroicissimi opuscoli di ristretta circuitazione, alla ragguardevole pamphlettistica, ai precursori delle moderne fanzine, che enorme importanza storica rivestirono nell’evoluzione poetica, grazie alla scoperta di identità che sarebbero divenute portanti, addirittura eccellenze: in virtù del pratico, efficace incoraggiamento che veniva dal fornir loro una ottima palestra di pensiero, prima che di visibilità!

In addentrata seconda giovinezza ho goduto e sto godendo, paradossalmente, di una difiodontìa intellettuale.

Molto, moltissimo sta facendo, da anni, l’imprescindibile mensile Poesia, organo ufficiale di divulgazione delle poetiche, in un panoramico contesto globale. Al contrario, la maggior parte degli istituti scolastici resta impeciata in programmi dispnoici e decrepiti, gestiti da dirigenti burocrati, altezzosi e statici, e da insegnanti la cui pulverulenta emancipazione è ferma al Medioevo; per apertura mentale e per atti d’inescusabile nolontà, gli uni e gli altri protagonisti e proseliti dell’inerzia intellettuale.

Quanto alla condizione del poeta, sfrattato dalla memoria, o pedone precluso alla percorrenza delle strade del mondo, oltre i viottoli del proprio isolato, conviene che si rassegni, che della sciatta – o artata – altrui disattenzione faccia insolita causale di vanto, giammai di intristibile emarginazione.

Dovrebbero imparare la lezione tutti coloro che non dormono la notte per brigare sull’ossessivo-compulsiva (e briccona) pubblicità di sé, su un’autopromozione talmente fracassona da risultare psellistico blateramento.

Saggio riserbo e senso della misura, bramosia o sindrome di egolatria letteraria conducono allo stesso, identico risultato: l’insussistenza. Tragica e umoristica.

Armando Saveriano

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