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Appartamenti compatibili

In Libri on 21/02/2011 at 21:24

La passione di comunicare, per primi a se stessi, attraverso lo studium del pensiero scritto, si è paurosamente incrinata al sopravvento di una messaggeria spiccia e laconica, grazie alle mail e all’assunzione simbiotica (cronenberghiana estensione del corpo) nel proprio organismo fisiologico-mentale della telefonia mobile, assurte al rango binario di servitù e di alienante despotismo nel caotico ansimare generato dal rampante Leviathano di fretta e di competitiva produttività.

Una lettera è una finestra che si apre al destinatario su un mondo palpitante, assetato di condivisione, non un superficiale elenco di grette informazioni, una malaccorta sgranatura di reticenze o di pigre, scontate domandine, di banale, codificata circostanza. Il massimo che mi sia capitato di subire, in giorni recenti, in risposta ad una lettera che credevo spiritosa, dettagliata, provocatoria e forse interessante, è stato un laconico o.k., che ancora mi affascina nella e per la sua imprevedibilità, poiché proviene da un giovane giornalista/poeta in erba, che ho contattato sulla scorta del mio proverbiale (ma ahimè non infallibile) fiuto. E che ancora desidero stimare.

La letteratura storica è infarcita di epistolari eruditi, funzionali e bellissimi anche nella loro a-funzionalità, perfettamente godibili nel tempo per la levatura di testimonianza classico-colloquiale che soccorre il curioso (nell’accezione latina) di testimonianze sulle cronache del costume, sugli audaci dinamismi del nous: carteggi anche collettivi, fra i quali mi va di citare almeno quello di Erasmo da Rotterdam, che accoglie ben 1200 corrispondenti. Ma ce n’è da tutti i tempi per tutti i gusti. L’epistolografia è, più che ponderosa, titanica, sterminata. Forse non tutti sanno che la materia risale alla prima metà del millennio II a.C.: corrispondenza, in scrittura cuneiforme, a carattere amministrativo/commerciale o diplomatico dell’impero babilonese. Ma compiendo salti epocali, chi ignora la confezione dell’ampia letteratura epistolografica ai tempi, in Grecia, della Seconda sofistica, o nella Roma antica, le Epistulae ad Caesarem di Sallustio? L’etica stoica fruibile nelle Epistulae ad Lucilium di Seneca il Giovane? Lo scambio sublimatorio fra il filosofo Abelardo ed Eloisa, dopo il Mille, nel XII secolo? E, di seguito, le organiche edizioni delle lettere di Machiavelli, Ariosto, Michelangelo, Spinoza, Voltaire, Bettinelli? Si potrebbe continuare con Goethe, Schiller, Wagner e van Gogh, con le Lettere dal carcere di Gramsci, etc.etc.

In Contrappunto per soli timpani e oboe, due intelligenze acute, favorite dalla sorte dell’incontro e accomunate dalla pari attrazione per le scritture non voluttuarie, eppure straordinariamente partecipi della rispettiva umana avventura, si sfiorano, provano ad estrudere i propri pseudopodi esistenziali, tentano l’eterna impossibile fusione fra nobili intelletti: il risultato è un rigoglioso epistolario, che dall’inginocchiatoio nel confessionale pudìco e prudente, dall’inconscio, poi reificato e ammesso piacere/bisogno individual/speculare di reinseguirsi, riafferrarsi, decorticarsi per giungere alle ragioni degli atti e dei sentimenti, sfocia inevitabilmente in un ventaglio di argomentazioni e di emotività in cui tutti, alla fine, ci possiamo riconoscere. Silvana Campese e Lello Agretti, senza calcolare il rischio dell’azzardo, dell’incomprensione, della delusione e del dolore, sempre in agguato, accettano d’impulso il sollevamento delle tendine (spesso sono delle saracinesche) del privato, dell’autodifensivo riserbo, cavalcando la gioia e l’entusiasmo al (confortevole/stimolante) focolare dell’amicizia.

Perché, dagli spunti della disamina colta (tanti sono i golfi di riferimento iconici, da Medea a Virginia Woolf, da Rilke a Kavafis, da Morris a Proust, da Teresa de Avila a Mahatma Gandhi, a Pirandello, a Gesù), dalle forti e sincere schermaglie sociopolitiche, filosofiche, antropologiche, religiose, non possono non emergere caratteri e tendenze, aspirazioni e frustrazioni, fughe e rinunce, caparbietà e fragilità, ombre e schiarite di entrambi i discettatori amici.

Lungi dall’essere un romanzo epistolare, o un pretenzioso catalogo intellettuale (benché si snodi in capitoli titolati per tematiche), desideroso di ammirazione e di approvazione, il carteggio è testimonianza di un viaggio che inizia e non ha fine, benché se ne auspichino le mete e gli approdi.

Creatura schellinghiana per predestinazione e per vocazione, Agretti fa della malinconia uno strumento di conoscenza e di autoconsapevolezza, che gli consente di lanciare funi di salvataggio (non risolutive, e scopertamente provvisorie, perché nessuno è santone delle fortune e delle disgrazie altrui nel mondo) a chi voglia/sappia afferrarvisi per sollevare i polmoni dall’asfissia delle contraddizioni e delle vulnerabilità quotidiane. Sferzata dalla solitudine, di cui ha fatto residenza e tempio, a tratti spaventata dal rapporto con una realtà ruvidamente prosaica, Campese è nelle viscere legata, fino a una paranormale psicoidentificazione, alla figura di Medea, che l’affattura, e la cui statura ella adatta e rimodella secondo la sua sensibilità, sui piani della propria negata/rimpianta/espropriata/ristabilita aggressività dagli echi revanscisti e romantici, talmente autentici da apparire ingenui. Dalle sue pagine fluviali, dumose, accorate, si affaccia la donna dalla creatività stregonesca (e d’altronde l’euripidea sposa ripudiata di Giasone incarna il dramma dell’estraneità, la pregiudiziale esclusione del diverso, del barbaro), dichiaratamente autonoma e autodiretta, che tuttavia collide con lo spettro altrettanto legittimo della compagna palpitante (che oscilla fra Ibsen di Nora e di Edda), della madre Ecuba/Andromaca disponibile ed esausta, inconsunta e a suo modo inarrendevole.

I temi trattati nel libro dalle due poliedriche voci, nei rispettivi appartamenti compatibili, che in specie si spezzettano all’occorrenza in tante multi-identità per riaggregarsi al passo successivo, quasi in uno psicodramma (si guardi non a sproposito la deviazione teatrale di Ipotesi per un copione, cui però non giova, a mio avviso, una distonica alternanza di preziosità, di leziosità, di aulismo monitorio e di sbrigatività moderna attraverso un piglio gergale, scarnito e ruvidoso, soprattutto negli sdoppiamenti della Campese, che eccede nel getto un po’ approssimativo dei dadi lessicali), consegnano l’opera doviziosa non tanto nelle mani del filosofo, del letterato, del terapeuta, e forse neanche in quelle dell’educatore. Il destinatario ideale, l’ipotetico lettore è l’uomo comune, giunto a una svolta, per cui gli si impone di scegliere se (continuare a) affondare nel torpore papaverino della coscienza, o riafferrare le briglie allentate di un’onesta responsabilità, morale e civile. A tutto campo.

Agretti e Campese, l’uno con penna pacata, meditata, l’altra con stilo più graffiante e pulsionale, danno una formidabile prova di rispetto per i valori che troppo frequentemente cancelliamo, scotomizziamo o infrangiamo per cinismo, stupidità, cupidigia ed egolatria: primi inter pares l’intelligenza e il freno alla smodatezza, la solidarietà e la necessità di fare i conti con se stessi.

Silvana Campese / Lello Agretti – Contrappunto per soli timpani e oboeGiuseppe Vozza Editore 2010, pp. 235, euro 15.

Armando Saveriano

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  1. Ringrazio Armando Saveriano per la interessante e molto articolata critica al libro di cui sono autrice insieme a Lello Agretti. In particolare, mi hanno entusiasmato i passaggi che dimostrano non solo una attenta lettura del testo, ma soprattutto una grande sensibilità umana oltre che letteraria, attraverso la scelta di parole ed espressioni che sento di voler e poter definire “poetiche”.
    Per esempio: “…tentano l’eterna impossibile fusione fra nobili intelletti: il risultato è un rigoglioso epistolario, che dall’inginocchiatoio nel confessionale pudico e prudente, dall’inconscio, poi reificato e ammesso piacere/bisogno individual/speculare di reinseguirsi, riaffermarsi, decorticarsi per giungere alle ragioni degli atti e dei sentimenti, sfocia inevitabilmente in un ventaglio di argomentazioni e di emotività in cui tutti, alla fine, ci possiamo riconoscere”.
    Per quanto riguarda l’Ipotesi per un copione, accetto con grande umiltà la critica non del tutto favorevole ed anzi la benedico, per così dire, posto che mi offre l’occasione di riflettere. Inoltre, se e quando una persona che scrive dovesse cadere narcisisticamente nella forma di autoesaltazione, che è sempre in agguato e non giova certamente alla crescita come scrittori, sono proprio le critiche meno favorevoli a soccorrere, sempre che siano disinteressate e dimostrino attenzione, acutezza e competenza. Come in tal caso.
    Ringrazio anche per l’opportunità di promozionare il libro attraverso la sua presentazione nel sito.
    I miei più sinceri saluti
    Silvana Campese

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