Logopea

La filiera post surrealista

In Libri on 01/03/2011 at 12:32

La rivelazione Emanuela Cavallaro, musicista e poeta con l’ottica e il gusto dell’illustrazione fumettistica d’autore (basta ammirare la ficcante e divertente copertina della sua raccolta prima, Movimentacoli, dove domina un saprofitico verde che nei rigagnoli esatti, fluidi e onomatopeici attecchisce e denuclea, attrae nel riposo torbido di allegre muffe, mentre nerospermatozoici lombricucci dagli occhi enormi si contraggono in un loro sghignazzo sotterraneo-sottocutaneo) mi ha condotto immediatamente (e direi per fatalità) ad un paio di autori scoperti ahimè solo in data recente: geograficamente e temporalmente distanti, ma con l’animo iconoclasta, insofferente e multifaccia in comune, Jean Pierre Duprey, francese (per coincidenza la Cavallaro è nata in periferia parisienne) e David Avidan, israeliano. Famosi eppure – per ossimorica beffa –  misco/disconosciuti, dimenticati anche dalle intellighenzie, nel pieno del surrealismo il primo, per solipsismo bohémien il secondo. Entrambi polemici e dissacratori nelle rispettive vite frenetiche, disturbate, insolubili. Cavallaro sembra una loro germinazione ignara, non epigona, una fiammosa propaggine dell’irrequietezza costruttiva eppure votata ad uno Zeitgeist (nel caso suo assai più ironico che in Avidan) polemico e smantellatore nella stessa sua parola beffarda e cangiante. La nostra autrice non demolisce per dissipazione, ma disgrega per riaffermare l’instancabile soffio creativo, inarrestabile nella qualità e nella condizione di plasmare, sbrindellare, reimpastare un senso che non si può mai acciuffare e sottoporre a dissezione anatomopatologica, né con il pensiero, né per scarto pulsionale.

La poesia per Emanuela è suono, riverbero nottaceo e inchiostratura del giorno; ad ogni angolo, in ogni anfratto del pensiero espressivo che si ridipinge, espanso in ciò che vede o svela d’aver creduto di vedere, pazzo di gioco estrale, ebbro di vita minima e magnifica, fusi in atavica moneta. Sarebbe piaciuta a Breton, la lama dolce e intrusiva (come un disturbo a cui non si può più rinunciare) che l’avvenente-intraprendente Cavallaro usa senza abusi, un po’ Piaf, un po’ Greco per affettuosa burla, cabarettando in odor di Apollinaire nelle cave esistenzialiste, dove il vino trabocca dalla tromba e estrosa la cabala si conquista scommettendo a pari e dispari con le proprie ossa artistiche. La poeta affida tutto a un pennello/laser tracciante, a tratti stregonesco nell’assaporata apocalissi della visionarietà. Una Rosselli senza tragedia.

Aspettando il caffè sa di Queneau e di Prévert; Incontri cittadini, Fame, Le Vecchie, Mio caro lupo conteggiano il più puro Henri Cole, almeno nei tratteggi psicologici e vicissitudinari.

Bonus eventus il libro per le vertigini editoriali di Perrone e per la longanimità della serafica direttrice editoriale, Sandra Cervone, la quale finora non ha toppato, e ci auguriamo che mai perda l’equilibrio sulla viscida buccia dell’entusiasmo, con penitenza e castigo dell’avvedutezza nel cernere con discernimento. Occhio all’autore, Sandra, mater benigna! Soprattutto se giovanissimo, acerbastro, pseudomaudit per moda e per imitazione!

Quel che conta è che qui, intanto, la fuochista Cavallaro è nel suo picco sussultorio privilegiato. Piace e stuzzica nella più apparecchiata fruizione immaginifica.

Bello bello ascoltare e non capire / molto meglio continuare / così bla bla blaterare / non provare a farmi partecipare / entrare nel dentro del tutto dal niente / tanto tutto ciò non vuole significare / tanto per parlare mentalmente / uccidilo uccidilo con la carta / così il mio lieto momento / lontano dalla fallita quotidianità / dovresti esser contenta, e invece no / meglio non capire senza sapere”.

Emanuela Cavallaro – MovimentacoliPerroneLab 2010, pp. 92, euro 11.

Armando Saveriano

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