Logopea

Ombre urbane

In Libri on 02/05/2011 at 21:50

Questa poesia gronda di esperienza di vita vissuta. E nel contempo, di derealizzazione della realtà, nella traslazione, anzi nella trasfigurazione scritta del quotidiano. Quanto di vero o di immaginario ci sia, non sta a noi stabilirlo. Anzi, proprio in questo nodo ambiguo si coagula il fascino del volumetto Dal marciapiede dei ricordi. Per la verità, siamo sempre intrigati assai dagli intenti e dalle sperimentazioni dell’infingimento pessoano. L’importante è coinvolgere il lettore, convincerlo pirandellianamente con l’ormai proverbiale Così è se vi pare.

Max Condreas interpreta uno / tanti ruoli senza preferenze, e dà l’occasione all’ipotetico lettore di stare al gioco, scegliendo o meno la sospensione dell’incredulità. Non c’è né sudditanza né primazia nei versi e nelle prose di Condreas, in relazione tra loro: lo scrittore si riversa negli uni e nelle altre, senza privilegiare nessuno dei due generi letterari.

Poesie sofferte, poesie di un dolore però estetizzato, fino a lambire un perverso o astuto autocompiacimento, pronto a interpellare la libido. Il poeta qui si narra e qui depista il fruitore: è un’ombra metropolitana che mentre scivola lascia scivolare via da sé alterità che possono scombussolare o divertire con l’agro sotto il palato. L’io poetante vive per imparare a vivere, districandosi tra dubbiose angosce e terse convinzioni fuori schema: è dentro e fuori lo spettacolo del mondo e la posta è l’essenza, l’esistenza, grazie all’eresia dell’interpretazione imprevedibile di tutto quanto viene accettato, dai supini, come tradizione da fotocopiare, come regola da balbettare, pena lo stigma dell’anomia.

Con la foto di copertina e con il titolo Condreas già confeziona un paratesto, che riassume e anticipa la constatazione della parola anarchica, ustoria e sorprendente, spiazzante o secca come un colpo di bastone sul selciato notturno. Non vuole piacere, né vuole stupire, questa poesia: le basta la sostanza incandescente, o la fulmineità del brivido; si riserva un’andatura inconfondibile di contigua linearità (pur da identità senza cielo) e di telluriche tensioni, anche in uno stesso verso. Il paesaggio dove l’autore è nato e cresciuto è la precarietà, l’orma imprecisa del passo, ed egli ne assorbe i veleni, ma anche l’atto / attimo contemplativo di una contratta bellezza da dannazione.

È un altalenare dell’intelletto e della sfera emotivo-sensoria fra limite e illimite, confidenza e slealtà, ansia e abulia, sfiducia e esaltazione, amore labirintico ed effimero, passioni cannibali, serene aperture inaspettate, di breve durata, appena qualche flash. Un io poetante borderline? Un duetto degli opposti, con tutti i loro pseudopodi esplorativi e vicendevolmente contagianti?

Ma poi Condreas è come si distaccasse dal sé poetico creaturale, dopo averlo istruito, dopo averlo messo in grado di vivere e agonizzare da solo nella pagina odiatamata, ora claustro ora agorafobica. Per lui poesia e personaggio, sfavillio capovolto di specchio e riflesso d’ombra, camminano senza interrogare il destino, smarriti e consapevoli di fronte alla complessità delle scelte sui mille e ancora mille marciapiedi-palcoscenici del mondo. Condreas si è coltivato all’insegna del morso e della ferita, ed è la ferita stessa a moltiplicarsi, mordendo altre sfibrature, nel catturare (quando vi riesce) una memoria dickiana scomponibile, che si reinventa, forse, o si dispone sul vetrino di un microscopio che ama plurivocità e pluralità: di visioni, di sogni esaltati o malsani, di incertezze nella malinconia, nella nostalgia, nel grido e nella risata. Nulla è però definitivo, neanche il nichilismo, neanche i rigurgiti polisillabici di pregresse letture underground, da spezzatura o ricongiungimento tra significante e significato.

Il linguaggio è urticario, non di rado sbanda e sbava, con / e per travasi di senso e suono, tirando giù dal marciapiede la caviglia del pellegrino, la scarpa del camminante. La meta, se esiste e se la si agogna o maledice, si allontana non appena la si intravede, la si formalizza: ogni sosta è randagia, ogni stazione presenta il suo prezzo, l’anima si svuota e pende flaccida dai pallidissimi rimorsi, o s’attorce sulla graticola di certi irrinunciabili, nuovi peccati, nell’interazione possibile e disperata, impossibile e collassante, fra equidistanze ritmiche e opulenti squilibri emozionali.

Sicché le unghiate censiscono graffi invisibili, per il cuore inconoscibili o fin troppo conosciuti, una inarrendevolezza caparbia a tutto l’accadere, un ghignare e un sussurrare, un gridare sulle corde vocali, sui liuti di una mente stravolta e farneticante, rapita e viziata da una dolcezza ingorda di eros e morte, rinascita e ri-disintegrazione.

Lo stile, dall’impronta disinibita, che ci riporta alla mente scatti alla Gregory Corso, o lividi flash visivi alla Midnight Cowboy di Schlesinger, riserva inaspettate metafore e limature di buon conio, tutte da cercare e assaporare.

  Max Condreas – Dal marciapiede dei ricordiPerroneLab 2010, pp. 70, euro 10.

Armando Saveriano

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