Logopea

Labili riconoscenze

In Libri on 31/05/2011 at 10:02

Se il titolo di questo saggio di Maria Rita Parsi, Ingrati, infliggerà a tutti la stessa scudisciata quasi pulsionale che ha riservato a me, e come me li indurrà a precipitarsi in libreria per acquistarne una copia, non ne sarò stupefatto, anzi. Chi di noi non ha patito l’amarezza dell’ingratitudine più inaspettata e gratuita proprio da coloro a favore dei quali ha profuso tante energie, smovendo montagne e fendendo mari corrucciati, alzi la mano.

L’autrice, che fra le altre cose è psicoterapeuta e docente, confessa le sue stesse esperienze in merito; non stentiamo a credere a quanto riferisce e confida, perché la smemoratezza improvvisa che colpisce chi ha goduto di favori, benefici e doni, non ultimi ascolto e comprensione, è un virus diffuso e ineliminabile dalla storia dei tempi.

Io stesso potrei narrare molti episodi, anche recenti, di persone a cui ho dato senza chiedere; gente che mi ha voltato la faccia, ha persino finto di non vedermi, quando un semplice saluto non sarebbe costato nessuno sforzo. Ma così va la vita, concluderemmo con filosofia spicciola. Il mio personale temperamento intemperante è spesso intervenuto, con vivacità erosiva e demolitoria, a iniettare, dolorosamente per gli afasici improvvisi, una forte dose di memorina. La terapia d’urto, la spallata, l’affondo diretto anche coram populo, per strada, non sono servite altro che a smaltire sorpresa, delusione e collera, e ad insegnare agli afasici che a volte è molto, molto imprudente e pericoloso ripagare in scorrettezza chi si è tanto prodigato ad elargire amicizia a tutto campo, con gli atti, e non certo con le parole di circostanza.

Probabilmente il mio atteggiamento sanguigno è riprovevole. Non dovrei essere fiammiferone, per giunta vendicativo. Tuttavia, per quanti sforzi faccia, non riesco a passarci nobilmente su. Sarà che sono un comune servo della gleba e che tra i miei eroi non c’è Fantozzi. Inoltre non sono saggio come la nostra Maria Rita Parsi e come gli arguti scrittori e maîtres à penser che compaiono, quasi in esergo, a impartirci grani di buonsenso in argomento, da Sant’Agostino a August Strindberg, da Luis Buñuel a Honoré de Balzac. Valgano, per tutti, i detti: “Non fare del bene se non sei pronto a sopportare il male che te ne verrà in cambio” (Buñuel) e “La maggioranza degli esseri umani dimentica tutto, tranne di essere ingrata” (Balzac).

La Parsi comincia con il citare l’opera celebre di Melanie Klein, Invidia e gratitudine, imperniata sulla forza primordiale che si sprigiona negli invidiosi, negli avidi, nei poveri di spirito, per condurli all’incapacità di provare amore e gratitudine. Esamina i tradimenti iconici e mitici, dall’invenzione edenica del serpente alla meschinità di Giuda. E se premessa – e promessa – non estorta né invocata di lealtà nel tempo da parte del beneficato si infrange ben presto, e clamorosamente, pur potendo e dovendo essere classificata come sacramento del linguaggio, la spiegazione risale alla Sindrome rancorosa del beneficato, che è una vera e propria malattia dell’anima, una febbre, un delirio che fermenta in crescendo. Alla base c’è la resistenza, da parte del beneficato, di riconoscere gli effetti e l’entità del beneficio, e il desiderio di allontanare da sé il benefattore. Per non sentirsi in qualche modo obbligati? Pretesto diffuso, e comunque volgare, fastidiosamente patetico. In realtà il rancore del beneficato s’annida nel lato oscuro, nel profondo di gran parte dell’umanità: riconoscere il merito a chi è intervenuto, spontaneamente, subito e di cuore, ad aiutare e a risolvere un problema serio, un cruccio inesorabile, una situazione senza sbocchi apparenti, risulta insostenibile, sofferto, perché presuppone l’inettitudine di chi ha avuto bisogno del beneficio, lo pone in una condizione subalterna, scatena un magari insospettato complesso di inferiorità.

Maria Rita Parsi elenca con un certo divertissement le svariate tipologie di beneficato e di benefattore, indaga sui rancori sentimentali e su quelli che definisce piccoli rancori domestici: determinati comportamenti, pur volti a fin di bene, possono aprire e piagare ferite. Spesso frustrazioni e scivoloni che lasciano presagire un effettivo, probabile o paventato e immaginario fallimento esistenziale accendono la miccia a collere furibonde, covate sotto la cenere.

D’altronde esiste pure una figura, molto diffusa, di benefattore apparente, egoista, che dispensa doni e favori per scopi precisi, non escluso quello di impossessarsi, in qualche modo, della vita del beneficato. Gongolando del suo segreto. Io stesso ho individuato alcuni di questi personaggi, senza che essi si siano mai accorti che ho intuìto e che so. Gli ingannatori ingannati. Che in fondo sono spassose macchiette di un umorismo grigio-macabro. E vanno compatiti, ma tenuti a debita distanza, con tanto d’occhi sulla nuca.

Un beneficio peloso è, inoltre, quello che viene fatto generosamente piovere dall’alto, come il miracolo celeste di un onnipotente che si degna di concedere una leggera, distratta carezza al tapino, al disgraziato, all’indigente. In questi due casi interviene un legittimo amor proprio, che respinge la commedia, la simulazione del prodigo furbone, sadico e futuro profittatore, capace di esigere gli interessi di una cosiddetta cambiale morale. Perché c’è gente che gode nell’umiliare il prossimo, proprio grazie all’arma di un potere magniloquente e sornionamente intercedente; infine c’è il benefattore mistico, che si esalta allo specchio della propria bontà.

Il libro è completato dai rispettivi decaloghi del buon benefattore e del beneficato riconoscente, da una interessantissima sorta di utile ontogenesi dell’irriconoscenza, e da una intervista di Gloria Bardi alla professoressa Parsi, un succoso botta e risposta senza complessi.

Vorrei, da parte mia, aggiungere una postilla, una distinzione sostanziale tra gratitudine e riconoscenza, tra ingratitudine e irriconoscenza, che non sono veri sinonimi.

La riconoscenza ammette l’accettazione del bene ricevuto grazie all’intervento esterno, ed implica un sentimento positivo, ma non necessariamente prolungato o eterno, verso l’attore del beneficio: familiare, amico, conoscente, sconosciuto egli sia.

La gratitudine implica il coinvolgimento non temporaneo del cuore da parte di chi ha goduto del beneficio, e getta fondazioni solide, permanenti (e prive di sudditanza), di affetto, amicalità, solidarietà  verso il benefattore puro e in perfetta buona fede.

L’irriconoscenza può anche supporre, nonostante sia difficile crederci, una forma di cecità, di ritardo emotivo, o forse un malinteso.

L’ingratitudine è veramente imperdonabile, perché suppone il rifiuto – spessissimo conscio – dell’ammissione del bene ricevuto e goduto; implica l’aborto di qualsiasi sentimento di calda positività e di automatica, istintiva estensibilità del proprio essere verso l’altro da sé, buon soccorritore senza terzi fini.

Così come, d’altro canto, non c’è genuinità, non c’è valore, non c’è virtù, se a parer mio manca, nel benefattore, l’empatia, che muove al soccorso anche di chi si è incontrato per caso, o di chi sia stato, dichiaratamente o subdolamente, ostile.

Maria Rita Parsi – IngratiLa sindrome rancorosa del beneficatoMondadori 2011, pp. 244, euro 17,50.

Armando Saveriano

Annunci
  1. Argomento interessante e antico quello della Parsi e, a quanto ne racconta Saveriano, ben documentato. L’ingratitudine è un atteggiamento che abbiamo tutti conosciuto, e che spesso ha fatto male; io ho imparato a difendermene un po’ facendo ciò che voglio, a favore di…, ma senza aspettarmi in cambio nulla, perchè la scelta è mia, non imposta o richiesta. Non sempre questo mio atteggiamento ha successo, però nel tempo ci ho guadagnato una maggiore serenità. E poi, forse che mai sono stata ingrata io? Non mi pare, ma la percezione è personale, allora… fuori da ogni mercantilismo.

I commenti sono chiusi.