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Poesia e Poetismo

In Commenti on 18/06/2011 at 11:50

Che eloquente sproporzione tra Poesia e Poetismo! Quell’ismo – lo si sa – è suffisso che pertinentemente sostituisce e amplifica l’aggettivo penoso. Molte volte, troppe volte, i titoli accademici, ricercatissimi tra consessi, congreghe e cellule alle prese con gruppi di studio, convegni e concorsi, sembrano ravvalorare un poetismo a singhiozzo o di vanesia magniloquenza, aulico e bizantineggiante, frivolo e sciatto, assolutamente dispnoico, che non è – né mai potrà essere né aspirare ad essere – Poesia: non ne ha le ali, non ne possiede la tempra, l’acutezza, la penetrazione, la politonalità, la bellezza, i polpastrelli.

È chiaro che i titoli accademici e la reputazione intellettuale di comprovato spessore possono coincidere (e non è rarissimo) con il valore dell’autentica natura poetica. Ma non tutti i presidi, i professori universitari, i recensori che scrivono versi possono vantare, rivendicare altezze solo perché nella società culturale rivestono o hanno rivestito ruoli o incarichi di autorevolezza e di risonanza (e magari, secondo prassi di scambio, possono dare bòtte al cerchio e fornire polveri da sparo ai cannoni fiacchi con avidità di pappatoria e di ambizioni qua e là). Anzi, la millanteria alimentata dai circuiti di una critica posticcia e mangiona, va demistificata, schedata nuda e cruda, disutile e pomposa qual è.

Il cimurro che infesta e infetta la buona poesia (ce n’è tanto poca!) con il cattivo, pustoloso versicchiare, o potrei dire, adoperando un termine assai più azzeccato, l’incontenibile pollachiuría, è un’affezione travolgente: il compianto Pasquale Martiniello la ribattezzava “florida e pestifera gramigna poetica”. Tanto ieri quanto oggi ha ingrassato le tasche degli editori e dei soloni privi di scrupoli e di spontanea aderenza al metro di giudizio della qualità; non ha potuto, però, appannare o discreditare le stature e le cifre di effettivo merito, poiché sostanza e armonia, contenuti dirompenti e stile, facoltà d’impressione e simpateticità, rivoluzione innovante ed empatia viaggiano senza il passi di nessuna artata, taroccata sacralizzazione.

Affannarsi a pubblicare plaquettine e volumetti non serve a bilanciare la mediocrità, che presso la classe intellettuale onesta, integra, affidabile, a contatto degli estimatori di fine udito e di ipersensibile gusto, si ghigliottina da sola: basta un verso, bastano poche parole.

I poetini che si autoincoronano tali, i pataccari che si autoincensano, i melensi che si affaccendano a comprare a peso d’oro presso critici fasulli (purtroppo à la page) al pollaio di rivistacce, o al trogolo di concorsi infimi, il patentino di appartenenza alla casta, o l’indulgenza plenaria, non la spuntano, non la passano liscia, nel momento in cui il critico genuino, deontologicamente irreprensibile, rispettoso della propria professione, s’imbatte nella loro copiosa e sbilenca produzione.

Può atterrire il pensiero che poeti di eccellente spessore, che hanno saputo scagliare il guanto di sfida al mondo senza temere ritorsioni o negativi effetti reattivi, possono essere stati, dopo e nonostante gli spasimi della coerenza non ripetitiva, della dirompenza creativa e del nitore d’animo, dislocati d’importanza e addirittura confinati nella zona fantasma di una frettolosa, distratta, negligente Vergessenheit. Possiamo pescare eclatanti esempi, citando solo un formidabile poeta, lontano dalle sfere meridionali: l’udinese Amedeo Giacomini, figlio di contadini decaduti a braccianti, che – vivaddio – grazie ai buoni uffici di Franco Loi (estimatore ufficiale della poesia di Assunta Finiguerra, lucana di ferro e oro) e all’attenzione dell’editore Nicola Crocetti, è sfuggito alla deplorevole indifferenza di quelli che Loi, con ironico disprezzo, ficca in una mediobassa letteratura, esclusivamente intenta alla propria personale onnipresenza.

E mentre persino Amelia Rosselli pare inghiottita in questo meccanismo tritatutto della superficiale, maledetta dimenticanza, bisogna solo compatire i sovraeccitati corridori – semplici mortali dalle penne banali o siccitose –  di una così transitoria, effimera affermazione.

Non è poeta chi non sente e non soffre il dolore del mondo, purché non ne imbastisca simulazione …a patto che la sua non sia nient’altro che (im)postura, abile scenografia di sentiment(alism)o.

Solo in questo caso potremmo dare ragione a Donato Di Stasi, condividendone l’opinione sulla nocività di certa poesia pseudotragica, salutando con sollievo la levità non spicciola della cosmopoetologia tascabile (si fa per dire) di un Michele Mari.

Armando Saveriano

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  1. Come non convenire, Armando. Però questo mio assenso alle tue dissertazioni hanno poco valore se tu, io e altri (ci sono, ci sono…) non usassimo le parole (le poesie) come un grimaldello per scoperchiare menti e sensibilità. Viviamo in tempi di molte parole, molto vuote, direi usurate. Allora riprendiamole, insuffliamo loro la vita, ricreiamole. Non servirà? Probabilmente, ma guai se almeno non ci avessimo provato.

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