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Tristezza e malinconia

In Commenti on 29/06/2011 at 18:01

Tristezza e malinconia: due stati dell’animo che ci capita ogni giorno di osservare negli altri, e che noi stessi, a volte, sperimentiamo. In genere li consideriamo sinonimi, ma ognuna delle due condizioni presenta caratteristiche proprie e contiene implicazioni completamente diverse; per intensità e/o gravità. Tristezza e malinconia si applicano anche a determinati aspetti della vita, ad episodi isolati, e a seconda dei casi assumono specifiche valenze. Una vicenda ci può apparire malinconica, quando il suo andamento e la sua risoluzione (che non prevede necessariamente lo scioglimento) presentano fattori emotivamente toccanti, che in miscela dolceamara turbano l’animo; una vicenda triste può contenere struttura, lati, angolazioni, evoluzione involutiva di degrado morale per azioni nefande, perfide/perverse. La morte accidentale di Ombretta in Piccolo mondo antico di Fogazzaro ci riempie di malinconia: dal dolore intenso della madre giunge a noi la sofferenza inflitta dalla crudeltà del caso, e dilaga nella commozione, che precede la pur lunga e difficile fase di elaborazione della perdita. La morte recente della povera Yara denuncia tutta la tristezza di un evento mosso dalla violenza e dalla perversione, abbia o non abbia ripugnanti risvolti sessuali. Il malinconico isolamento, il ritiro di una persona rassegnata al suo malessere contiene elementi di struggimento anche tenero; la triste segregazione coatta di un qualunque essere umano, sottratto con la forza o l’imposizione o grazie al maligno ascendente su una mente fragile, contiene tutta l’asprezza di un’immediata, viscerale riprovazione.

Una persona può avere – consapevolmente o meno – un aspetto o un fare triste, che si traduce in afflizione o nella combinazione di elementi fisici, posturali, attitudinali, relazionali spostati su quanto risulta a noi opposto e contrario alla serenità o alla gioia. Un triste (o tristo) individuo è, per condotta, una canaglia, un elemento di cui diffidare.

Una donna avvenente può esprimere o ispirare la bellezza malinconica negli occhi o nel profilo, ad esempio, tanto da dar di sé un quadro, che può durare anche qualche attimo, di intensità contemplativa tra tenerezza e commozione. In tal senso la malinconia di un poeta, di un maestro del colore, o genericamente di un temperamento artistico, si ascrive nelle caratteristiche romantiche su cui può indulgere il pensiero.

Tristezza e malinconia, intese come stati di lieve e transitorio disagio, si manifestano in noi e si alternano; possono purtroppo anche stabilire una permanenza variabile, insorgere da (e/o determinare) uno strappo emotivo seriamente destabilizzante: un lutto, una menomazione fisica, una malattia, il licenziamento, il mobbing, un’infedeltà coniugale, una scoperta improvvisa, inaspettata e scioccante. E via di seguito.

Ma la malinconia, prelevata dal suo alone estetico-empatico, letterario e spirituale, è – ahinoi – in tanti casi clinici indizio di cortocircuito mentale, messaggera di allarmi ben definiti e preoccupanti, che vanno ad interessare la psicanalisi o chiamano in gioco la terapia psichiatrica. Assai spesso, questo terribile aspetto della malinconia annunzia e precede quella depressione dove progressivamente l’infelicità immotivata e l’odio di sé, uniti a (o scaturiti da) una immaginaria, convinta inamabilità, possono condurre al suicidio. La maggior parte dei purtroppo innumerevoli episodi che sconvolgono l’opinione pubblica e che a volte ci riguardano da vicino, in famiglia o nella cerchia degli amici, sono il tragico epilogo di un dramma prosperato nel silenzio, quasi nell’insospettabilità, per cui parenti o amici tendenzialmente disattenti o superficiali, o – peggio – scotomizzanti nulla fanno, perché non si sono mai veramente resi conto della gravità di un disordine comportamentale.

La società, infetta dal leviatano della fretta e della produttività, esigente all’eccesso, spietata, o lasca nei costumi, corrotta e disfunzionale, è invariabilmente additata come la diretta responsabile di depressione e suicidio; altrettanto la somma degli accidenti che possono concentrarsi su un essere umano e sulla sfera del suo privato, quello che definiamo accanimento del destino.

In verità, le norme e le istituzioni sociali, sovente intorbidate dagli eccessi di cupidigia economica, di malasanità e di politica indegna, da sole non giustificano i casi disperati culminati nella soppressione di sé: altrimenti l’umanità sarebbe estinta già da secoli. Anche le alterne fortune individuali, i rovesci di status, non possono vedersi attribuire analoga responsabilità per conseguenze tanto estreme. Noi andiamo sempre in cerca di uno stigma di colpa da affibbiare a qualcuno, a qualcosa, al Sistema o alla Sorte: insomma, un capro espiatorio cui addossare origine, causa, movente di delitti, peccati, suicidi. Se indubbiamente le norme e le strutture sociali tendono al controllo dell’azione umana, con effetti sproporzionati e non di rado disastrosi; se la confluenza di tante casualità disgraziate possono rovinare la vita di un uomo; se l’una e/o l’altra cosa possono determinare l’insorgere di un comportamento o di uno stato anomico, è anche vero che noi dimentichiamo di valutare il fattore genetico, che quando è più che volgarmente l’inclinazione caratteriale, condanna il soggetto all’alienazione fino alla soppressione – anche fisica – di sé.

Può qui sembrare crudo e crudele – e anzi mi aspetto vivaci contestazioni da parte di chi hic et nunc mi legge – ma non si può non invocare, con l’ausilio di una ragione svincolata dai corollari pietistici e accomodanti, una ragione non virtuista, recuperata ad interim dalla sua eclissi, quella selezione naturale che non porta necessariamente a Max Horkheimer, o – prima di lui – a Schopenhauer, Hegel, Marx e Freud, alla cosiddetta Scuola di Francoforte; a Darwin, piuttosto, al suo struggle for life. C’è un carattere ereditario, una tesi biologica di fondo, un’antropologia medico-scientifica che ha lavorato e che lavora sul fenomeno della psiche; d’altronde affermo che non alludo affatto alle teorie e alle conclusioni della fisiognomica del Lombroso (qui sfoceremmo nell’antropologia criminale, anzi entreremmo negli ambiti della scuola positiva del diritto penale). Per inciso, mi dichiaro più affine al pensiero di un Pareto e di un Laing (chiusa parentesi).

Ma una soccombenza latente o manifesta in taluni individui rispetto ad altri è – secondo me – innegabile, riconducibile al DNA. Qui il discorso si farebbe troppo scientifico e delicato anche per un sostenitore della bioetica.

Armando Saveriano

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