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Il mestiere di madre

In Commenti on 04/09/2011 at 17:15

Il primo test. Le prime analisi. E alla prima ecografia non ci sono più dubbi: stai per diventare mamma.

Una sorpresa? No, intendiamoci: una donna sa, avverte che dentro di sé qualcosa sta cambiando. E’ solo che, quando ne hai la certezza, l’assoluta certezza, una strana emozione ti assale, e un leggero brivido corre lungo la schiena.

E adesso?

E’ questa la prima domanda che ti fai.

Ogni singolo neurone del tuo cervello un po’ annebbiato comincia ad elaborare.

Ipotesi, dubbi, speranze, paure. Una su tutte: sarò una brava madre?

Tale dilemma ti accompagna nel corso di quei nove mesi meravigliosi (per le fortunate gestanti in salute), durante i quali tu non ti rendi conto, ma la madre la stai già facendo. Hai cambiato le tue abitudini, stai attenta a non stancarti, a mangiare sano, a fare movimento. Leggi decine di testi di puericultura, articoli di giornali e, come da manuale, ti attacchi ai consigli della tua mamma, un’eroina ai tuoi occhi!

Poi, quel fatidico giorno, d’un colpo, tutte le ansie spariscono; accogli tra le braccia quell’esserino minuscolo, un po’ informe, sporco e piagnucolante che, invece, tu vedi bellissimo, una meraviglia della natura.

Comincia la tua avventura: un viaggio alla scoperta di un essere nuovo, che è tuo ma appartiene a se stesso e al mondo, di cui sarai responsabile, che dovrai proteggere, custodire, amare, senza chiedere nulla in cambio. E lo farai, per quell’istinto materno che appartiene a tutte noi, che ci fa superare ogni ostacolo, in nome di quell’amore tutto particolare che nutriamo nei confronti di chi abbiamo messo al mondo.

Io sono diventata madre in tempi relativamente maturi per l’epoca (oggi sarei stata considerata dalla società una giovanissima madre); lo sono da dodici anni, sicuramente pochi per fare un bilancio della mia attività; sono mamma di un’unica figlia, e quindi non oso confrontarmi con le mie colleghe che, quotidianamente, si trovano al cospetto di una prole più numerosa. Per di più, ritengo di essere una mamma fortunata, almeno finora, perché la mia piccola canaglia non ha mai creato problemi: al contrario, ha dato a me e al papà notevoli soddisfazioni.

Ho stabilito con lei, sin dalla nascita, un rapporto paritario, basato sulla fiducia, sul dialogo, sul rispetto reciproco. Seguirla nelle sue attività, scolastiche e non, serve a farmi capire i suoi bisogni, aiutarla nelle scelte, consigliarla per quanto mi è possibile. Non sarò certo una mosca bianca: credo piuttosto di appartenere a quella nutrita schiera di mamme zen che, in religioso silenzio, portano a compimento ogni opera quotidiana, ordinaria e straordinaria.

E’ come se partisse tutto dall’inconscio: una mamma non si fa domande, non si chiede il perché. Agisce e basta. E che ci sia al fianco un compagno oppure no, poco importa, perché una madre sa sempre quel che fa, sa di operare per il bene.

Per questo in giro sembriamo tutte dei cloni, compresi gli accessori che ci accompagnano: auto trasformate in taxi, borse della palestra e/o della piscina, zaini e zainetti dappertutto. Per non parlare degli eventi clou di ogni settimana: feste a scuola, con gli amici, gite, riunioni varie. Tutto ciò quando la vita di una mamma procede nella cosiddetta normalità.

Indubbiamente vi sono poi le eccezioni.

Negli ultimi tempi siamo purtroppo venute a conoscenza di efferati delitti perpetrati nei confronti di figli, e tutte ci siamo chieste il perché. Quelle mamme le abbiamo squadrate, analizzate, giudicate – non ritrovandoci in loro, per buona pace – nell’intento di capire la natura di un gesto così estremo, del senso di abbandono, di un pianto.

E, inevitabilmente, abbiamo volto lo sguardo ai nostri figli, che ogni giorno reclamano la nostra attenzione, che non devono essere lasciati soli, che devono trovare nel genitore – tanto più nella madre – un’oasi felice in cui rifugiarsi, sempre.

E non importa se siamo stanche, se rinunciamo ad una seduta dal parrucchiere, se non abbiamo il tempo di leggere quel libro che da una settimana giace, inerme, sul comodino. Ciò che conta è essere presenti, è ascoltare, e non distrattamente, come può accadere perché magari affaccendate in altre attività. Che poi dall’ascolto nasca un confronto o uno scontro, ben venga anche questo, se pensiamo ai nostri figli non come agli avatar di noi stessi.

Roberta Giardullo

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  1. Certo, non esiste una scuola o un corso pomeridiano per imparare la professione di madre, che in termini numerici è la più diffusa; però ci pensa madre natura, che regala a tutte noi il rinomato “istinto materno”.
    Tuttavia, questo a volte non basta; quando fa capolino quel disagio, e il non sentirsi all’altezza del proprio ruolo, allora bisogna correre ai ripari, perché – si sa – i figli assorbono tanta energia, e noi mamme ci sobbarchiamo di troppe responsabilità, che magari andrebbero delegate.
    Per me, che ho tre figli in una fascia d’età compresa tra dieci e sedici anni, il mestiere di madre diventa quanto mai arduo e complicato.
    Anche ascoltarli diventa difficile: ognuno che sgomita per ottenere un posto in prima fila.
    E che dire poi dei social network, che io non vedo molto di buon occhio, e che purtroppo impazzano alla grande tra i giovani, togliendo spazio all’ascolto di buona musica o alla lettura di un libro.
    Detto questo, non possiamo fare altro che armarci di tanta pazienza, e gioire delle loro conquiste quotidiane ( un po’ sarà anche merito nostro, no? ), anche se di una cosa sono certa: la mamma perfetta non esiste.

  2. Com’è difficile il mestiere di madre!
    Quando ero ragazzina, questa frase ricorreva sovente nei discorsi degli adulti. Ricordo che ogni volta pensavo: “Che noia i grandi, esagerano sempre. Che mai farà una madre di così gravoso?”
    Oggi, superata ormai la soglia dei quarant’anni, non posso che avallare una simile affermazione, anche se con una piccola riserva.
    E’ vero. Per quanto si pensi possa essere una cosa del tutto naturale, essere una brava mamma non è semplice.
    Non basta mettere al mondo un figlio, provvedere con sacrificio al suo mantenimento, alla sua formazione, favorirne l’inserimento nel mondo del lavoro, assicurargli una autonomia economica.
    Essere madre è molto di più.
    Ma, piuttosto che un mestiere, oserei dire che essere madre è una vocazione, all’ascolto e all’apprendimento.
    Non ci sono regole o schemi da seguire, non va rispettato un codice deontologico di etica / estetica professionale; non sono previste mansioni e, soprattutto, mancano obiettivi da raggiungere.
    A dispetto di chi sostiene che una madre offra insegnamento ai suoi figli, credo che una mamma impari a divenire tale proprio da loro.
    Sin dalla nascita quei piccoli esserini hanno l’ineguagliabile capacità di ricordarci, nel suo irrisolvibile mistero, il vero valore della vita. Dal primo vagito le loro voci arrivano ai nostri cuori per chiedere null’altro che amore: l’unico cemento utile a costruire e difendere il proprio sentirsi figlio di questo grande e strano mondo.
    Una madre raggiunge la sua maturità solo nel momento della consapevolezza che quel dono, ricevuto e amato all’infinito, passa attraverso di sé senza per questo divenirne proprietà esclusiva.
    I figli sono stelle che brillano di luce propria.
    Aiutiamoli a credere in loro stessi; accettiamoli, sempre e comunque; asciughiamo le loro lacrime e gioiamo delle loro risa; facciamoli sentire liberi di pensare e di esprimersi, ciascuno a modo suo.
    Semplicemente, amiamoli. Senza alcuna aspettativa, ma con un’unica speranza: che vivano felici, ognuno nella propria singolarità.
    Solo così, da semplici genitrici, potremmo essere promosse al ruolo di madre.

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