Logopea

Lomografia punto 6

In Libri on 15/10/2011 at 21:45

E’ un sorso di assenzio, misto ad una fragranza di asprigna umidità che ti scivola lungo le corde vocali, mentre leggi Lomografia punto 6. L’assurdo eppur reale mondo di un poeta, fantastico pittore di allegorici pensieri in libertà. L’idea della follia prevale sui testi, diventa decisa e baldanzosa guerriera di altri pensieri che si incuneano, gli uni negli altri, come se si dovesse iniziare il viaggio alla scoperta di profondità nascoste, come in un gioco di scatole cinesi, dal finale inaspettato. L’erosione della vita che cannibalizza se stessa, il sapore del sangue di un ginepro silenzioso, il respiro di un muro che si ciba di suoni e di echi mirabolanti rovescia sui fogli l’indole di un uomo alla ricerca dell’impossibile ragione.

Lomografia punto 6, di Armando Saveriano, è un diario all’ombra della storia, sfaldato nell’amaro dramma della vita, dove cumuli di rovine riprendono forma e dimensione nell’eclettica sfinge di un semidio che lascia nei pensieri il dolore sempre acceso. Come disceso dall’Olimpo, appare il poeta che si riveste, ogni volta, di una pelle diversa, poliedrico attore e simbiotico apogeo del tutto e del niente.

Il suono delle stagioni saluta i versi più tristi, nel solstizio del piacere e del dolore. Padrone di un imperturbabile non sense, pretende di dire tutto e non vuole dire niente, intenzionalmente. In questo ambivalente gioco con la sua stessa volontà, il poeta dipinge sipari di ineguagliabile dolcezza, eppure ci trafigge con scenari di intensa sofferenza. Vuole essere libero nel gioco delle ambiguità, e vince la sfida con se stesso e con la razionalità. In questo modo chi legge può comprendere messaggi sempre cangianti, dalle molteplici sfaccettature.

Io, molto cautamente, proverò a descrivere quello che ho recepito.

Diviso in sei libelli – alcuni dei quali oserei definire pugnali di prose e dedizioni, di ragione e follia, saturi di perdizioni assolute – questo libro capta sensazioni e pensieri di una mente slacciata dal corpo. Questo penso e questo scrivo, è il must di questo percorso poetico. Chi scrive questi versi è uno scapigliato, un bohemien, uno che si abbandona all’istinto delle percezioni che affollano la mente. Senza briglie si lascia condurre nell’ignoto e nel conosciuto, con fanciullesca spontaneità prende il mondo e lo capovolge, come fosse una clessidra di sabbia dalla grana sottile. Nel suo pensiero nessuna stasi è ammessa. Quando anche l’ultima particella di sabbia sarà caduta sul fondo, ecco che reinnesca il suo fluire, capovolgendola nuovamente.

Nella prima parte, Il tempo incuba il destino, crea l’amuleto che, sovrabbondante di aghi, infila nella carne e non toglierà più. Con le sue stesse mani, ornate di anelli spettrali, si sporca il volto di sangue ed ebbrezza, pazzia e tristezza, mentre un demone aleggia accanto alla sua ispirazione. Sospira con lui nell’anelito della poesia che si liquefa naturalmente nelle parole che lascia ai lettori. Qui affonda la lama nella carne, non lascia spazio a niente che non sia equiparabile ad una sorprendente sofferenza. Immensa è la bellezza di questi versi, simbiosi di cellule solitarie, parlano anche senza emettere suoni, cercano l’anima ed in quella si ritagliano una dimensione. Da questi emergono tre figure di donne, attrici inconsapevoli di un dramma ideale: la madre, Aracne, Atena furibonda. La madre, il grembo sicuro e anelato nel riposo, lontano dai mali del mondo. Aracne e la sua sfida contro gli dei dell’Olimpo, contro i padroni del destino, contro Atena. Il poeta guarda il destino con timore, quasi genuflesso. Nella lotta contro di lui sa già chi soccombe. Eppure, come Aracne, accetta, lo stesso, la sfida. Tesse la sua idea di vita e si lascia avvolgere da questa ragnatela.

Nel Deserto stregato, invece, è lancinante il desiderio dell’evasione. Rifiuta eppure si appaga di quel mondo che non genera altro che tumultuose passioni. Un malessere serpeggia nel sangue, perlustra la mente. L’ambiente circostante diventa un purgatorio di occhi singhiozzanti. Si scorge Catullo, nelle sembianze di Giovenzio, mentre si sveste e si riveste di cangianti abiti da scena in un proscenio fatto di onde marine convulse, di sette boccate di hashish. Non comprende o comprende bene i sussulti del suo mondo interiore? Si rimane nel dubbio, volutamente.

Tutti gli equivoci vengono sbalzati fuori dalla scena.  Mentre prima c’era l’uomo schiavo delle sue debolezze, che non discerneva la cenere dai carboni ardenti, in Capitani coraggiosi la fanciullezza spavalda si attesta prima nella corsa contro il tempo. Come nel Curioso caso di Benjamin Button, di Fitzgerald, così il poeta sembra assumere sembianze sempre più morbide. Dalla vecchiaia si allontana, insieme alle sue prose maledette, mentre la carne si rigenera sino a profumare di latte. Sono passi decisi verso la sua giovinezza. Il poeta cancella le rughe del presente, smette le vesti di ciò che è oggi, assume sempre di più le sembianze di un fanciullo, sino a generare la nascita di se stesso.

In Capitani coraggiosi il pugnale potrebbe essere, metaforicamente, la lama della levatrice che taglia il cordone ombelicale. Da quel momento in poi nasce Armandino, della sua infanzia sono ricchi i versi di queste poesie. E’ nel cortile sul retro del palazzo in via De Conciliis, o nel giardino in cui aveva sepolto la boccetta coi ricordi, che Armandino addenta la frutta succosa della gioventù, dell’infanzia carica di rimembranze e di pittoresche figure. Le zie ed i compagni di giochi avevano tutti l’aria di incutere terrore, ognuno di loro a suo modo. Scattava allora la volontà o il desiderio, mai sopito, di diventare martire, per attirare l’attenzione, magari solo per vedere intorno a se una miriade di persone con le bocche curiose e preoccupate. Le palpitazioni davanti ad una lentigginosa ragazzetta, o i giochi con il fratello più grande pigiavano già severamente sul quel cuore di uomo in un corpo di bimbo. Crocefisso sulla pietra fredda si stendeva come per dire: in questo mondo la sofferenza è l’unica compagna che non mi prenderà mai in giro.

Ne Il nobile segnale del traguardo appare, severa, la morte, meridiana della vita, senza possibilità di altro finale. È un pugnale deciso al cuore, al muscolo carnale, non a quello dei sentimenti. Come avvolti in una nuvola di nebbia ed arsenico, discendiamo con il poeta in un labirinto quasi impossibile da percorrere. Il mondo è quello corrotto dal demonio. Ciclamini, lucciole notturne, gay nascosti dall’ombra, presenze demoniache: una favola, horror e gotica, disseminata di germoglianti citazioni teatrali, cinematografiche, letterarie, musicali, moderne, attuali.

Nel suo attento eppur inconsapevole creare e distruggere, contestualizzare e di nuovo sfatare i miti del tempo, diventa autore unico, esiliando la punteggiatura ad un ruolo pressoché inesistente. Idealmente fermo, davanti alle porte di Troia, lascia entrare i miti e le divagazioni della mente. Combatte senza sosta una battaglia tra realtà ed immaginazione, mentre sciarade di allucinazioni si materializzano nel suo mondo. Un’oppiacea possessione singulta produce visioni di volti e persone. I fiori del male quasi appassiscono al confronto. Chi è l’uomo che si racconta attraverso le poesie non è dato saperlo.

Enclave esacordo appare, invece, come tutto ed il contrario di tutto. In esso aleggia una lingua fatta di ostilità e di odio. È una caduta cosciente del poeta nell’ostracismo, nell’invidia che genera vermi. Solo pochi passi ancora ed il bacio di Giuda brucerà quel filo di pudore che ancora rimane attaccato all’uomo, viandante disperso in un mondo sopraffatto dalla volgarità.

Un risveglio improvviso, il respiro che si acquieta, una scintilla di luce ed il giorno si apre, balsamico, sulle ferite lasciate dalla convulsa notte, satura di incubi, padroni del presente. Così il poeta ritorna al passato, ai giorni dell’infanzia.

C’è un filo trasparente che lega Capitani Coraggiosi alla sesta ed ultima raccolta di prose Il luogo infanzia. È già attore da bambino. Le marionette e le maschere dell’arte sono inquilini ciarlanti nel suo cuore ancora acerbo. I ninnoli di cui riempirsi le tasche nella vecchia casa di nonna, le babbucce di zia Jole, il trumeau in camera da letto, i magnifici stracci che zia Ada mandava dall’America, ecco che ogni cosa viene ricordata con sognante emozione.

Il poeta dipinge nei nostri occhi lo sguardo che aveva da bambino, il luccichio è quasi palpabile. Stimoli e percezioni che si vogliono condividere con il lettore: nella cantina piena di misteri, a tendere l’agguato ai toponi, oppure nel cortile dove non portava altro giocattolo se non le ginocchia pallide nei calzoncini, dove toglieva i calzini assaporando il caldo mattone del selciato.

Saveriano è un maestro senza eguali nel preordinare gli equivoci poetici e lessicali. Nello stesso suo scrivere incede con la tenacia di un guerriero che vuole distruggere il già sentito, il già detto. Immagina e ci lascia immaginare l’infinità di mondi reali e irreali di cui è piena la vita, forse quella di tutti, forse proprio la sua.

Dall’infanzia alla maturità, come in un viaggio di andata e ritorno, nei luoghi della memoria ed in quelli dell’immaginazione, anche il lettore viene spinto e sospinto dal vento della follia. La giostra mirabolante dei pensieri e delle divagazioni del poeta genera dimensioni di cui poco si comprende se non le si guarda con lascivo disincanto.

Lomografia punto 6 è un album fotografico emozionale, una sperimentale sintesi di percezioni multifocali. È un viaggio nella mente di un uomo inondato dal suo vissuto, libero di dire e soprattutto di non dire. Rimane l’idea della vastità e grandezza della mente umana e dei suoi labirinti ancora inesplorati.

Armando Saveriano – Lomografia punto 6 Per Versi 2011, pp. 71, euro 12.

Emanuela Sica

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  1. Segnalo un’altra interessante recensione a “Lomografia punto 6”, curata da Domenico Donato De Falco, al seguente link:

    http://www.montevergine.librari.beniculturali.it/index.php?it/782/collocazione-r-008-365

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