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La poesia è ancora sacra?

In Commenti on 28/10/2011 at 17:23

Serve, la poesia sociale, da engagement sartriano, a riparare i danni della nostra vita interiore, attraversata dall’angoscia, stremata dalle passioni, intorbidita dai demoni di delitti e perversioni, di ignavia e di omissioni? O un poeta, oggi, deve consegnarla alla assoluta destituzione di senso e di strumento atto a un salvifico (anche minimo) scopo?

Gli intenti della ormai rara poesia impegnata, finalizzata a ridestare i dormienti, gli spiriti pavidi e compiacenti dalla desertificazione morale, dalla dissociazione individuale e collettiva, si arenano dunque nella vittoria della notte, delle latine destrudo, libido moriendi?

Quante discordanze laceranti!

Sono le maree alte o basse nel climax che la poesia onesta e robusta provoca o dovrebbe provocare, attraverso audaci scorribande provocatorie.

Si tratta puntualmente dell’eterno conflitto tra ratio e passio, la memoria ferita e i presagi dolorosi, la nostalgia insanabile e la luce inebriante che risorge dalle forre della disperazione.

Quando la poesia è alta, e rompe gli schemi mentali sclerotici e di comodo, essa diventa un vero e proprio diapason lirico e/o asciutto, ci dà consapevolezza, con forte tensione emozionale, che oscure correnti sballottano la disgraziata, corrotta umanità, che offende, prevarica, rinnega, ma resta indifesa, transitoria e fallace; queste subdole (eppur manifeste) correnti agiscono per rovesciare l’ultima (se ci è rimasta) zattera di salvazione.

Prima o poi piomberemo nelle acque tumultuose della sciagura (ambientale, economica, morale). E saranno acque ofeliche, che trascineranno il nostro ottuso volontario suicidio di ciechi e di arroganti signori del niente.

Questo genere di poesia sacra, non ancora destituita delle sue enormi potenzialità funzionali a livello societario, è una sfida alla mala esistenza che ci divora, affinché non lo faccia del tutto, affinché non ci sovrasti con le affezioni depressive (ricordate la prévertiana chanson “La disperazione è seduta sulla panchina”?), affinché non stravinca con una reale o allegorica suicidalità cronica. Questa poesia vigorosa, nel guizzo dell’acuminato stiletto, nel sapore della gemma ustoria del sale, ma parimenti nella magificazione, in quello che Max Weber definisce Entzauberung, il disincanto, la secolarizzazione, compone, attraverso l’opera dei suoi massimi rappresentanti, un manifesto contro la violazione reiterata dei princìpi più umiliati (libertà, verità e coscienza), tirando in pista il benedetto motto sartriano: la conoscenza è fallibile / la coscienza inviolabile.

E facendo eco rispettivamente a Kant e all’imprescindibile Max Weber, tanto spesso citato nei miei articoli, l’intellettuale (il poeta, lo scrittore, il pensatore) deve portare la lanterna davanti al re e non lo strascico del re; l’intellettuale deve cercare la verità e non il potere.

Armando Saveriano

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