Logopea

Sull’amore multiplo

In Commenti on 19/01/2012 at 18:42

All’epoca dei miei verdi anni, avevo intrecciato un fitto epistolario con un amico friulano, di maggiore età e di vasta esperienza. Era una corrispondenza che si basava sul confronto immediato, esente da pregiudizi; si spaziava dall’argomento di cultura varia (cinema, narrativa in particolar modo) al diretto confronto delle personali vicende e convinzioni.
A proposito dell’amore, egli era fermo nell’asserire che l’uomo è poligamo, che si può amare più di una donna contemporaneamente. Concetto al quale mi ribellavo con la veemenza che caratterizza la mia personalità, e che in illo tempore era assai meno controllata. Mi sembrava un’asserzione assurda, quasi un paradosso, che mi veniva da un uomo incapace di amare, o tanto sfortunato da non avere mai incontrato il vero amore, quando esso richiede l’esclusiva, non ammette, anzi automaticamente cancella ogni pur larvato interesse sentimentale/sessuale verso persone altre dall’oggetto della passione intensa e pura. Erano vivaci schermaglie tra noi due a difesa della rispettiva teoria.
Beato il mio romanticismo di ragazzo venticinquenne ancora appollaiato su una nuvola di idealismo catto-mammista! Evidentemente dovevo crescere, per scoprire – tra stupefazione e lieve senso di rimpianto/vergogna per le passate illusioni –  che Giorgio aveva perfettamente ragione. Ma per credere alla verità di qualunque cosa bisogna attraversare la mulattiera di persona, mettere il piede nel fosso, urtare con la fronte il muro, provare un determinato vissuto sulla propria pelle.
Quindi, in ritardo, faccio ammenda.
Perché il poliamore esiste, ed è più diffuso di quanto si sia disposti a supporre, benché di rado lo si ammetta con serena lealtà. La monogamia ci sta, insomma, stretta, e non è questione morale, ma genetica: in particolare noi uomini siamo geneticamente portati a diffondere il nostro seme; le donne, poligame lo sono di meno, ma anch’esse per la spinta pulsionale opposta della conservazione, della difesa del loro senso di possesso, che si traduce in protezione e assicurazione di stabilità per la famiglia.
La famiglia allargata è sempre esistita, l’uomo califfo pure, solo che ai vecchi tempi non c’era tanta informazione, e il senso del pudore era molto più abbottonato, prosperava sull’ipocrisia e sulla mutua, sopportabile compiacenza di partner rassegnate/i. Ma qui non voglio parlare di famiglie multiple, né di coppie aperte, e tanto meno di bisessualità. Non voglio neanche indugiare sull’analisi della gelosia o della totale assenza di essa per mancanza di sospetto sulla propensione a ingannare e tradire del partner, di cui si danno per scontati i sentimenti di esclusività; ancora, non voglio neanche soffermarmi sulla compersione, che è una forma – apparentemente bizzarra – di appagamento che invade all’ipotesi e alla scoperta che l’oggetto del proprio amore è amato da altri. Tra parentesi tengo a chiarire che il sentimento di compersione, se non è estatico effetto di altruismo cattolico, d’altro lato non è affatto volgare, inebriante piacere distorto nell’immaginare se stessi adorni di ramificatissime corna. Non siamo nel film di Pietrangeli Il magnifico cornuto, o nella capricciosa ed effervescente satira della tresca con i piccanti e divertenti equivoci stile Feydeau. Piuttosto ci attestiamo sulla posizione dell’accaduto in Jules et Jim di Truffaut.
Qui è il sentimento d’amore nella sua intensità e completezza a farsi complesso nel rivendicare con franchezza l’umano diritto (da rifiutare il termine debolezza) d’assecondare slanci relazionali importanti similarmente, genuinamente provati e vissuti per più di un partner nello stesso tempo o sopraggiunti e manifestatisi in tempi diversi. Il mio – sarà opportuno chiarirlo – non è un elogio del gine-androceo socializzato, aspetto altrettanto nevrotico degli amori ultrapossessivi, strangolanti o torpidamente irreggimentati nella tradizionale accettazione cristiana delle nonne e dei nonni, secondo cui è impensabile concepire lo stesso amore genuino e pulito per più di un/a compagna/o. Sarebbe il caos. Incoraggio tutti a riflettere invece su una tesi dello scrittore rivoluzionario (almeno all’epoca) Robert H. Heinlein che seraficamente definiva la monogamia “un costrutto sociale che può essere funzionale a certi ordinamenti comunitari, ma nulla ha a che vedere con la morale”, mentre, per quanto attiene al poliamore, “in circostanze appropriate, costrutti del tutto diversi possono essere più efficienti e assicurare maggiore felicità”.
In conclusione, ben lungi dal recitare l’apologia antibacchettona della libertà di ruzzare in tanti orticelli erotici, per sfizio o viziosa attitudine, legata a fattori di narcisismo, gallismo e superominismo sessuale, ribadisco che il sentimento d’amore grande e sincero può avere, e spessissimo ha, diramazioni in più di un oggetto elevato a unicizzazione assoluta. Denuncio piuttosto la slealtà di fingere e l’inganno di nascondere, principalmente a se stessi, quando non si tratti di innocente, autodifensiva deformazione dell’introspettiva valutazione di sé e delle vicendevoli esperienze.
Non sarebbe disutile riprendere in mano Fromm e il suo L’arte di amare, per imparare ad evitare – o per tentare di farlo – sbagli morali e intellettuali, che conducono invariabilmente all’equivoco, alla menzogna, all’infelicità reciproca. L’amore, insomma, non è l’oggetto, ma la facoltà di amare.
Una, ma non necessariamente una sola persona. Amore/amare non significa ignorare, schiacciare, eliminare la relazionalità emotiva nel micromondo circostante, con tutte le sue legittimità di evolvere, a favore di un narcisismo regressivo dell’affetto, per rispettare (obbedire conformisticamente ad) un atteggiamento vetero-borghese ossessionante/ossessionato che prima o poi nuoce alla mente e ai sensi.
Poiché non si tratta che di egoismo zoologico a due.

Armando Saveriano

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  1. Leggo queste righe scritte dal buon Armando, ascoltando una canzone che molto probabilmente è della stessa epoca del suo epistolario con l’amico Giorgio, la qual canzone recita più o meno così:

    “Eternità, spalanca le tue braccia
    io sono qua, accanto alla felicità che dorme.
    Per lei vivrò, e quando avrà bisogno
    io ci sarò, ad asciugare le sue lacrime”.

    Già da questo si potrà capire il mio personalissimo livello di elevazione culturale; non che sia proprio ignorante, ma mentre Armando cita, nell’ordine, Feydeau, Truffaut, Robert H. Heinlein, Fromm, io mi limito – per il momento – ai Camaleonti, (non tanto) euforico complesso (come si chiamavano allora le band musicali) che rimpinzavano di 45 giri i juke box.
    Canzoni molto, per non dire troppo, sdolcinate e mielose, che però alimentavano i sentimenti dei giovani sessantottini ed oltre, figli del libero (dal fascismo) amore post-secondo conflitto mondiale, che ricevevano l’eco delle rivoluzioni socio-culturali d’oltreoceano, ma restando sempre purtroppo legati alla morale catto-mammista di cui Armando disquisiva poc’anzi.
    Un modo di fare e di pensare che ancora oggi, che i miei anni sono un pò meno verdi rispetto a quelli del giovane Armando preso dalla diatriba epistolare con Giorgio, e sono passati quintali e quintali di acqua sotto i ponti, non è che sia cambiato poi così tanto.
    Da trentenne del ventunesimo secolo posso affermare che, se da un lato c’è la consapevolezza che di amore non si vive e non si muore, dall’altro c’è anche la voglia morbosa di trovare qualcuno sul quale riversare le attenzioni al fine di sentirsi un uomo o una donna utile nella società.
    “Io amo te perché hai bisogno di me”, quando invece l’amore non dovrebbe essere un bisogno, una necessità, bensì dovrebbe essere leggero come le ali di una farfalla, e forte come le leghe dell’acciaio più duro.
    D’amore non si vive, perché oggi la vita ha ben altre priorità a cui badare, ché se – hai al tuo fianco qualcuno che ti sostiene – riesci pure a non perdere la testa. In caso contrario, magari si riesce lo stesso a venir fuori dai problemi, ma con qualche difficoltà in più perché si deve pensare, agire e decidere per due.
    Alcuni, arrivati a questo bivio, cominciano a guardarsi intorno, e non lontano da loro c’è esattamente quello di cui hanno bisogno.
    Le donne trovano l’uomo premuroso, paziente, attento, che le tratta da gran signore in pubblico e da voluttuose amanti in privato, che però, appena si cominciano a fare programmi non necessariamente vincolanti per la vita, a meno che non sia davvero innamorato, ma DAVVERO, si inventano qualunque tipo di scusa, più o meno credibile, per mollarle e cambiare fiore; l’uomo trova la voluttuosa amante finché quest’ultima non comincia ad usare un antipatico pronome personale: “NOI”. Qui i più scappano, altri vengono sorpresi da improvvisi sensi di colpa e tornano a casa con la coda tra le gambe, da quella vecchia megera della moglie/fidanzata/compagna, che altrettanto all’improvviso diventa una fata.
    Il poliamore? No, non esiste, così come non esiste l’amore nel senso più puro del termine, almeno non verso un altro essere vivente, del proprio o altrui sesso. L’amore ha una finalità troppo nobile; mettere il bene dell’altro prima di ogni personale impulso, senza annullarsi e, di conseguenza, senza mettere da parte il proprio essere.
    Come si fa a dare priorità al bene dell’altro, senza annullare se stessi?
    Se vai allo stadio per far contento lui, annulli la possibilità di andare in giro con le tue amiche. E viceversa. Se lui va in settimana bianca con gli amici e a te dà noia, e decidi di raggiungere una tua amica a Torino, nessuno si annulla, ma si va incontro ad una discussione infinita i cui strascichi rovinano la sua settimana bianca e la tua tre giorni sotto la mole.
    E quindi, che si deve fare?
    Bisogna stare attenti, molto attenti: perché, anche se si è legati dal filo d’acciaio inox di cui dicevo, tale filo diventa un capello sottilissimo quando si comincia a sostituire il “NOI” con l'”IO”.
    Fare buon viso a cattivo gioco non conviene. Fino a che punto resisti? Poi basterebbe un pinco pallino qualunque, o una pimpa ics, a destabilizzare quello che hai cercato, trovato e difeso perché TU ne hai bisogno. L’amore, quello vero, credo si provi solo verso se stessi, ed è per sopperire alle proprie mancanze che si cerca qualcuno con cui dividere la vita, che si cerca il supporto di seconde, terze, quarte e, per chi mantiene, anche quinte persone. Trovatemi un single che lo sia per scelta sua, davvero, e che non si leghi MAI! Si cerca sempre di trovare qualcuno che sia più affine a te rispetto ad altri, così da cercare di limitare i problemi in futuro, eppure sorgono sempre.
    Oddio, che cinismo! E detto da una prossima al matrimonio, è preoccupante!
    Però è così, è finito il tempo dell’amore che ti fa svolazzare le farfalle nello stomaco. Le mie saranno morte di cirrosi epatica con tutto il veleno che hanno dovuto ingoiare! In nome di quelle farfalle, pace all’anima loro, ho fatto delle scelte che hanno inevitabilmente condizionato la mia vita e quella di persone a stretto giro rispetto al mio epicentro, ma mi hanno fatto diventare così.
    So ciò che voglio, so perché lo voglio.
    Vorrei credere alla Befana come a 6 anni, ma a 7 ho scoperto che non esisteva. Vorrei credere a due cuori e una capanna, ma oggi chi ha la capanna è già fortunato.
    Perchè mi sposo? Perché con lui la vita è colorata, e se mi alzo e vedo tutto grigio, basta che mi guardi lui e comincio a vedere qualche colore. Perché il mondo è bello visto con gli occhi suoi, e mi ha promesso che mi insegnerà a vederlo così!
    Sul poliamore, ultima considerazione:”La donna è preda, l’uomo è cacciatore”… TOGLIETEVELO DALLA TESTA!
    Come diceva il buon Adamo, “Non si muove foglia che Eva non voglia”.

    “Certe donne preferiscono non far soffrire molti uomini contemporaneamente, e si concentrano invece su uno solo: sono le donne fedeli”.
    (Alfred Capus)”
    … tiè, citazione letteraria anche io!

  2. Convengo con l’amico Armando nel sostenere che la monogamia sia una condizione scomoda che sicuramente pone dei limiti alla nostra umana esigenza di essere più completi, più felici.
    Nell’ultimo ventennio la cultura è cambiata radicalmente: la società è sempre più caratterizzata dall’autorealizzazione e dalla maggiore possibilità di incontri al difuori dei rapporti famigliari e amicali, nonché da una sorta di egoismo che ci spinge a soddisfare i nostri bisogni affettivi e sessuali a discapito di un rapporto eventualmente già instaurato e consolidato.
    Non credo, tuttavia, che la ricerca del “poliamore” sia una questione genetica che, invece, considero come comodo pretesto che il genere maschile utilizza al fine di essere autorizzato o, almeno, giustificato nella sua spasmodica, a volte malata ricerca di rapporti amorosi da consumare e poi raccogliere nel proprio medagliere!
    L’uomo cerca la donna, ma se le donne fossero “meno poligame”, come sostiene Armando, con chi quell’uomo intesserebbe i suoi poliamori?
    Il “tradimento” (ed uso, qui, un termine che poco comprendo ma che è largamente usato nell’ambito di discussioni riservate all’argomento che stiamo trattando) è una pratica antica quanto il mondo e spesso riguarda unicamente la sfera sessuale. Io vorrei, invece, sottolineare un’altra componente del problema, quella, a mio avviso, più degna di attenzione: l’esigenza di fornire un completamento alla propria felicità attraverso una seconda persona (o più persone) che possa offrire un amore diverso, con caratteristiche diverse, così da essere complemento all’amore già trovato e vissuto; amore che, pur essendo per certi versi soddisfacente ed irrinunciabile, tuttavia non risulta appagante.
    Il poliamorismo consente, dunque, di cercare altrove ed ottenere ciò che il proprio partner non può dare.
    Credo che il coinvolgimento emotivo sia alla base della ricerca di relazioni alternative: se quella ricerca dovesse coincidere con la “libertà di ruzzare in tanti orticelli erotici” non meriterebbe neanche di essere presa in considerazione.
    Concludendo, penso che sia pressocché impossibile trovare in una sola persona tutto ciò di cui si ha bisogno.
    Anna Ciufo, 24 gennaio 2012

  3. Ah l’AMORE, l’AMORE!
    Esiste solo nei versi di Dante o Prévert (Heinlein e Fromm: quali accidenti di carneadi sono costoro?) o nelle pellicole de “Il paziente inglese” e di Shrek (dove caspita lo recitano Feydeau? Nei peggiori teatri di Caracas?).
    E infatti, l’AMORE dura quanto la lettura di un libretto o la visione di un film: due ore.
    Al massimo, se proprio ci è piaciuto, ripetiamo l’esperienza per due o tre volte consecutive. Poi tutto svanisce nell’assuefazione.
    Eh sì, perché l’uomo tende ad abituarsi a tutto, e qualunque esperienza che martella e svelle all’inizio, diventa un pacato ronzio (magari anche fastidioso) dopo l’ennesima replica.
    D’altronde “l’uomo è una bestia”, pertanto soggetta a legge di natura. Anche non volendo sminuire il più potente sentimento umano, riducendolo alla elementare liberazione di intermediari chimici attraverso le sinapsi, è indubbiamente noto che tutti gli esseri viventi sopravvivono a sé stessi solo con la procreazione. Ancorché casuale, l’incontro tra due individui è poi diretto e governato da Madre Natura: attraverso lo sguardo, i due vengono avvinti in uno sfacelo di emozioni che li rende i più perfetti esseri dell’Universo.
    Per due ore.
    Oddio, qualche eccezione c’è sempre, ma in genere l’AMORE è, appunto, eccezionale, mentre quello che resta è l’amore sentimentale.
    Ma, ahimè, l’uomo è animale molto complesso, dai gusti multiformi e mutevoli che nella controparte amorosa, prima o poi, non troverà soddisfazione, perché (come se non bastasse) l’essere umano è anche imperfetto.
    A questo punto, a seconda del carattere degli innamorati inappagati (se non scontenti o addirittura delusi), la relazione si avvierà verso un tranquillo tran tran (a suo modo anche rassicurante e benefico), quando non riusciamo a reggere lo sforzo di coltivare l’AMORE; oppure verso un’aperta ostilità (logorante fino alla spaccatura anche violenta), quando siamo disillusi per aver compreso di aver preso un abbaglio colossale; oppure verso un allegro balzellare di guanciale in guanciale (un comportamento strettamente istintivo), quando abbiamo espletato il compito naturale della replicazione di quella coppia di corredi genetici.
    Alla controparte, vista la succitata inconcepibile complessità del cervello umano, è possibile accedere a un largo assortimento di opzioni. Può accettare (o, se preferisce, condividere) la monotona routine, perché è quello il massimo impegno emotivo di cui è capace; può sciogliere il legame malmostoso, oppure subirlo (sopportandolo masochisticamente); può ripagare il lepidottero volubile con equivalente moneta, oppure rassegnarsi al detto popolare che la vuole detentrice di una grossa cesta di chiocciole (in precario equilibrio sulla testa!).

  4. L’amore è la melodia del cuore.
    E’ il sentimento che fa danzare l’animo umano, a volte sulle note di un lento e romantico valzer, altre al ritmo scatenato di un modernissimo rock and roll.
    In quanti hanno provato a parlare d’amore nel tentativo di fare luce su un mistero lontano, che dalle origini del mondo avvolge noi attori tutti di questo grande e complesso palcoscenico che è la vita!.
    A volte, forse, di amore se ne parla anche troppo.
    C’è chi ha fatto del divino amor il suo unico Credo, chi se ne colora di rosa la bocca, chi si ostina a voler machiavellicamente razionalizzare tutto, sempre e ad ogni costo.
    Come se la ragione fosse in grado di spiegare le emozioni!
    Non credo alle prove scientifiche che millantano risposte certe ai tanti quesiti sull’eterno turbamento esistenziale dell’uomo.
    Si vuole nascondere un certo complesso di inferiorità? Allora di parla di senso etico e di morale.
    Si tenta di giustificare quella fragilità che sovente ci fa abbandonare a facili avventure? Ecco, dunque, che ci si inventa l’amore multiplo.
    Io ho dell’amore una visione fantastica.
    Lo immagino come un lungo arcobaleno che unisce due mondi.
    Sì, perché ciascuno di noi è un piccolo cosmo che attraverso pensieri, esperienze, desideri, sorrisi e paure colora quel magico ponte donandogli infinite e diverse sfumature.
    Su ogni anello di quella catena si incontrano gli affetti, i più disparati. Si chiamano empatia, amicizia, stima, rispetto, apprezzamento, devozione, passione ma anche odio, disincanto e rifiuto.
    L’amore, però, quello resta ai due poli che, sebbene così distanti, si stringono chiudendo tutti gli affetti in un unico, forte abbraccio.
    Penso che per ogni uomo ci sia posto per un solo grande Amore.
    Non tutti, però, hanno la fortuna di incontrarlo, la libertà di scoprirlo, la forza di seguirlo.
    Ed ecco l’opprimente senso di inquietudine che muove ognuno verso la continua ricerca di un senso da dare alla vita.

  5. I discorsi sulla tendenza alla diffusione del seme che porta l’uomo a cercare di riprodursi più della donna mi sono spesso sembrati interessanti, ma poco realistici: dimentichiamo forse di trovarci ormai in un mondo in cui l’essere amanti e il fare l’amore è davvero poco legato alla riproduzione di sé e molto più legato alla ricerca della vicinanza dell’altro membro della coppia, al sentirsi un tutt’uno più che a metter su un nucleo familiare socialmente riconosciuto. L’uomo tende alla poligamia, ma la donna come e quanto l’uomo tende inizialmente alla poligamia, per quanto spesso il pudore e il giudizio altrui le impediscano di dichiararlo apertamente, problema che l’uomo non ha.
    Diverso è parlare di amore. L’amore ha a che fare con il trovare un qualcuno grazie al quale il nostro tempo diventa prezioso. Qualcuno grazie al quale quella tendenza alla poligamia sfuma in un attimo davanti alla gioia dello stare insieme, una gioia che non ha a che fare con l’asfissiante voglia di conquistare il tempo e l’attenzione altrui bensì con il soddisfacimento di un nostro desiderio: dedichiamo all’altro tempo attenzione per l’egoistico bisogno di sentire di essergli accanto, e siamo allo stesso modo egoisti nel volere il bene dell’altro, perché il suo male fa male a noi. Si tende di nuovo alla poligamia se nella coppia il desiderio di uno dei due non è soddisfatto, se c’è qualche campo importante, ma davvero importante per lui, che egli non può condividere con l’amato/a. Allora non si può fare a meno di desiderare di condividere questo qualcosa con altri, e si scivola quasi in una nuova poligamia, che può essere rappresentata dal trovare un semplice nuovo rapporto d’amicizia che però aiuti a soddisfare il proprio bisogno di condivisione di ciò che piace, quanto quello che chiamiamo solitamente “tradimento”, se il desiderio non soddisfatto è quello romantico/sessuale.
    Dimentichiamo la triste idea che nell’amore ci si dia all’altro per l’altro. L’amore non è un atto di altruismo, non è un “sacrificio”, l’amore è avere la possibilità di essere davvero felici. Che vita sarebbe se la persona più vicina a noi fosse una continua causa di privazioni e sacrifici?

  6. Ecco qualche pensiero sciolto su quanto ho letto, mi perdonerete la confusione dell’esposizione e la scarsa organicità della mia “ipotesi”, ma – del resto – confuso è l’argomento di discussione, che da secoli sfugge a qualsivoglia definizione dal sapore assolutistico: l’amore.

    Il dibattito aperto dalle vostre opposte posizioni è enormemente stimolante.
    Per quel che riguarda le mie attuali convinzioni, e considerato il percorso di vita e di pensiero fin qui maturato (mi riservo di cambiare opinione in futuro, se le mie esperienze dovessero suggerire nuove e diverse sospensioni di quel dubbio che ho deciso di assumere a fondamento della vita) sono arrivata ad accettare l’assoluta ineffabilità dell’amore così come la sua straordinaria capacità di essere ovunque e in nessun luogo.

    Partendo da questo presupposto, quel che posso dire è che sono una donna capace d’amore profondo e “multiplo”. Amo visceralmente familiari, amici, amanti… Spesso mi sento così colma d’amore da volerne regalare per strada – in un sorriso, un gesto, uno sguardo – ai passanti. E giuro che di amore si tratta, amore così impetuoso e urgente da esondare per mezzo di lacrime e pelli d’oca. Amo – intensamente e istintivamente – chiunque ne abbisogni e in cui riconosca un’affinità, per quanto fuggevole.

    Ho imparato a lasciarmi attraversare e nutrire dall’amore che abita ogni essere umano nel mondo, ho imparato a offrirne di vero e puro, anche se per un breve istante. Ho imparato a tenere l’amore sulla punta delle dita per posarlo sui volti dei miei amati semplicemente accarezzando.

    Ciò detto, l’amore che si declina nella costruzione di stabilità, nell’impegno reciproco, nel mutuo appagarsi (e sessualmente e sentimentalmente) nel sorreggersi, l’amore che è elezione di quell’Uno che emerge dal mucchio e con cui si sceglie di condividere una porzione di vita accettando di essere non più “io” ma “noi” (il che troppo spesso finisce per trasformare gli amanti in due metà di uno piuttosto che in due interi) è un’altra cosa. È una cosa che esiste, innegabilmente, che anch’io ho provato ma che presenta – come limite culturale – l’impossibilità di lasciare che gli amanti coinvolti nella relazione si nutrano d’altri sentimenti ed emozioni, sì fuggevoli, sì meno profonde, ma non per questo meno intense.

    La durevolezza dell’amore “d’elezione”, però, è troppo spesso frutto di un desiderio razionale più che emotivo; è frutto di un sentimento maturo, sedimentato che al contempo si mescola all’impulso cerebrale di aderire allo schema sociale cui – da sempre – siamo indirizzati. Si decide di condividere l’esistenza con quell’uno che si è eletto a unico anche perché siamo culturalmente progettati per pensare che quella sia la strada da percorrere, e decidiamo di ignorare la possibilità di vivere, ancora e per sempre, l’esperienza dell’amore che esplode e si consuma in pochi istanti.

    È pur vero che se – da un lato – l’uomo è arte-fatto, dall’altro la cultura e gli imperativi sociali altro non sono che prodotto dell’uomo. Ciò significa che gli schemi e le strutture di cui l’essere umano è al contempo vittima e figlio devono necessariamente essere emanazione di un qualcosa che nell’essere umano esiste, nel profondo.

    Voglio dire: se abbiamo creato schemi e strutture in prevalenza monogame, a quale bisogno umano abbiamo risposto così facendo? Cosa raccontano quegli schemi degli esseri che siamo?

    Attingendo dalle esperienze di chi mi circonda, di durevoli coppie felici e innamorate ne individuo poche, solide e bellissime, ma poche. Ciò significa che l’amore felicemente e sinceramente monogamo esiste, ma è cosa rara. Ciononostante replichiamo lo schema, collezionando più fallimenti che successi. Del resto, anche le esperienze poligame non raccontano di meravigliosi epiloghi.

    Forse il problema è nel “gàmos”, nelle “nozze”, nel decidere di costringere l’amore in una definizione precisa, nominabile e immodificabile, nell’idea che “così dev’essere, altrimenti non può essere chiamato amore”. Ma – come dicevo in apertura – l’amore funziona di più e meglio se accettato nel suo carattere ineffabile e fuggevole.

    Ritengo che “l’amare più persone” possa indicare due cose: o la contrapposizione tra un amore stagionato e uno novello, avvertiti con la medesima forza, ma diversi tra loro; oppure – cosa rarissima, ma anche questa esperita conto terzi – si traduce nell’amare persone che accettano di essere molteplici perché da sole non bastevoli a soddisfare uno spirito di cui riconoscono la maggior complessità.

    Infine, non credo affatto che nella propensione alla monogamia ci sia un discrimine di genere. Uomo o donna – liberati da alcune repressioni culturali – hanno le medesime pulsioni “multiple”, le hanno biologicamente. Quanto questo possa tradursi in poliamore non saprei. Non nego che la possibilità esista, giacché tante volte è stata rappresentata, ma nella mia esperienza di donna che pure ama molto e molti non è mai capitato di eleggere – contemporaneamente – due o più persone a compagni. Uno o nessuno è la mia esperienza. Ma mi sono spesso trovata tra due fuochi ugualmente attraenti e non è detto che – per la vita – continuerò a scegliere l’elezione dell’Uno.

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