Logopea

Paradiso di facciata

In Libri on 17/02/2012 at 19:32

Chi non vorrebbe vivere in un ameno sito come Haven Woods? Abitazioni ordinate e lussuose, strade pulite, azioni criminose e violenze sconosciute. Persino l’ospedale locale latita di pazienti.

Gli abitanti attendono ai propri doveri in un anodino standard; lo svolgimento della vita familiare e la gestione degli affetti sono tanto inappuntabili da risultare quasi dei modelli pubblicitari mandati dalla TV, magari citati in un manuale di eugenica alla buona, o raggruppati in un breviario di comportamento per zelanti sposini desiderosi di apprendere.

Splende il sole del giudizio e della fortuna ad Haven Woods, con le sue boutique ammiccanti, la fragrante panetteria, i televisori sintonizzati su C.S.I e Dr House (ma la chiesa chiusa !?!?).

Tra quanti popolano la tranquilla cittadina, spiccano alcune signore bene: tredici, per l’appunto.

Sono tutte cordiali, belle, eleganti, colte e socievoli, amicissime e sodali nella inossidabile cerchia che hanno costituito. Capitana la combriccola l’energica (e diabolica) Izzy Riley, in qualche oscuro modo l’iniziatrice, la fondatrice cinquantenne (ma chi gliene darebbe più di trentacinque?) dell’esclusivo circolo. Nonché insospettabile maestra burattinaia della cittadina. Il tempo scorre piacevole tra scambi di ricette, riunioni pomeridiane, the aromatici, innocui pettegolezzi.

Anche l’autrice del romanzo, la bionda Susie Moloney, pare appartenere, ad occhio, a quella categoria di bambole patinate, in carriera, che curano la lucidità del pelo del loro cagnolino dall’illustre pedigree quanto la laccatura delle unghie dei piedi morbidissimi. E che mai si sporcherebbero le manine, nemmeno con la terra del delizioso orticello privato che si divertono a zappettare, tra una seduta dall’estetista e un giretto per le superflue compere sul SUV.

Ma già dopo poche pagine di lettura la Moloney si dimostra tutt’altro che una fatua redattrice di Vogue. E le sue signore fin troppo giovani e perfettine tradiscono indizi inquietanti, preludio di rivelazioni tutt’altro che rassicuranti: anzi, tout-court sconvolgenti.

Eh, sì, perché certi doni (“tutto quello che hai sempre desiderato”) si pagano, certi privilegi (ben lo sa e lo prescrive casa Chapman) costano un prezzo elevato. Oltre ogni possibile immaginazione.

Innanzitutto occorre partire da una stazione dove l’esistenza è frustrante fino all’estremo desiderio di farla finita. Poi occorre tanto, ma proprio tanto pelo sullo stomaco per ribaltare e (sconfiggere?) la disperazione. E le tredici amiche posseggono, buon per loro, un esubero da vendere di quel temperamento e di quel sangue freddo indispensabili a conservare l’aspetto e lo status.

Finché, imprevedibilmente, qualcosa non si incrina nello specchio limpidissimo di tali esemplari rappresentanti della high society. Il cerchio delle magnifiche tredici si spezza: una di loro muore. Macabro incidente o sconcertante suicidio? La ragazza Chick scompare in un viluppo di fiamme, e le superstiti cominciano a tremare.

Con sapiente progressione la Moloney scopre gli altarini sul grado e sulla qualità dell’amicizia, sul mutuo accordo tra tutte le brave signore. E, davvero, rischia di farci accapponare la pelle.

Audra si ammala, forse perché è caduta in disgrazia. Forse si tratta di una singolare, crudelissima punizione per un suo preciso ma (per il lettore) nebuloso tradimento. Forse.

E c’entra qualcosa la capra di Giuda?

Di certo, il suo rapido aggravarsi serve ad attirare ad Haven Woods la figlia Paula, che Audra stessa cacciò di casa e che sbarca il lunario in un night-club da quattro soldi, ben lontano dal luogo natìo (un pochino rimpianto, non foss’altro che per l’adolescenziale storia d’amore con il bellissimo e predestinato David). Da quell’antica e breve passione è nata l’intelligente e difficile Rowan, che dovrebbe avere e avrà un ruolo chiave nel dorato (e cruento) futuro delle misteriose regine di Haven Woods (purtroppo nient’affatto in linea con le trepidanti, raccapriccianti aspettative di costoro).

Un romanzo nerissimo e scarlatto, questo Le tredici, affollato di figure femminili che la fanno da padrone, con i maschi relegati in ruoli di terzultimo piano, tranne – appena – per il personaggio di Sanderson Keyes, bonario omaccione alla (inconscia) riconquista di virilità e di riscatto.

La vicenda riserva l’atteso e ineliminabile colpo di scena finale, molto simpatico e garbato, a dir la verità: di alleggerimento da un lato, di preparazione ad un non improbabile sequel dall’altro.

Gli appartenenti alla mia generazione che avessero avuto in bella sorte la lettura di Conjure Wife di Fritz Leiber, o di La fabbrica delle mogli di Ira Levin, non si lasceranno scappare questo romanzo sulfureo, dalla sismica sterzata ansiogena, che dispone di una suspense magistrale vieppiù valorizzata dalla pregevole traduzione di Antonello Guerrera. Lo consiglieranno senza indugio a figli e ad estimatori del genere. Io stesso esorto le ladies dell’Associazione Logopea a procurarselo e a divorarlo a colazione.

E – perché no? – a metterne a frutto i lugubri insegnamenti.

Come già avvenne per gli ultimi due titoli testé citati, Conjure Wife (1962, regia di Sydney Hayers) e La Fabbrica delle mogli (1975, regia di Bryan Forbes), ci attendiamo la puntuale versione cinematografica, forte degli effetti speciali ormai giunti a un livello da stupefazione fantascientifica.

Susie Moloney – Le trediciGiunti 2011, pp. 374, euro 16.

Armando Saveriano

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