Logopea

Poesia cammina con me

In Libri on 27/02/2012 at 16:37

Quante strade conosce, la Poesia? Quante ne imbocca, e quali?

Dovrebbe esplorarle e attraversarle tutte, tracciarne anzi di nuove, visto che essa è creatività e pionierismo assieme, già nell’essenza sua etimologica.

La Poesia è molteplice e polimorfa, esplora pianure sterminate, non esita a varcare il cimentante stretto delle Simplegadi, scalare impervi pendii, cimentarsi per viottoli di montagna, in vista di una vetta che rarefatta, bramata e intangibile, sempre si allontana, mai si lascia raggiungere e conquistare.

Nella nostra realtà più vicina niente di questo accade: la poesia diventa zitella assisa a reggere stentatamente le logore briglie di uno sfiancato ronzino, sopra un carro sbilenco che lumacando ansima nella curva dello stesso circolo vizioso anno dopo anno, decennio per decennio.

La mappa incartapecorita si sbriciola di conseguenza tra i polpastrelli e sotto gli occhi avidi di chi in essa cerca indizi, dispiegamento di orizzonti, nutrimento. Un’antologia serve, tra l’altro, a mostrare le capillari varianti di versificatori assennati, autocritici e vitali. Magari seguendo (ancor meglio aprendo, inaugurando) una pista determinata, il medesimo percorso condiviso secondo proprie angolature e nelle libertà di ottica.

Se l’antologia è riuscita, propone e conserva un clima di costante effervescenza.

Parafrasando la critica a correnti che sono pietre miliari nella storia di questo eccelso e poco onorato genere letterario (è scoraggiante il livello di omologazione nella stucchevolezza di larga fetta degli istituti scolastici), la Poesia funziona se e quando c’è il desiderio di un rinnovamento radicale, e un’energia in movimento. Nel caso in cui manchino o difettino tali condizioni, si sparge sale in terra e non spuntano che asfittiche, rachitiche piantine dalla copiosa e inutile seminagione di coloro che usurpano identità e dignità di poeta. In Irpinia come altrove.

Il danno è raddoppiato dalla maldestra editoria, che, se pur deve sopravvivere, e sostentarsi, può farlo senza calarsi le braghe in nome dell’opportunismo e del compromesso di imbarazzante spudoratezza.

Silvio Sallicandro è uno storico editore che è riuscito ad evitare, con coerenza e imprenditoriale acume, le scelte sbagliate e la politica rancida; grazie anche al team di collaboratori che ha radunato attorno a sé, tra cui spicca Domenico Cipriano, che cura con occhio fino questa raccolta, intitolata Le strade della poesia.

Beninteso, non tutti gli autori convincono; ce ne sono davvero di sovrastimati, frutto di sindrome da supervalutazione cronica; personalmente, ne avrei soppressi quanti, sul carro cigolante di cui sopra, stanno impettiti in cassetta, e dei quali, per ovvi motivi, mi guardo bene dal fare i nomi. Del resto, la poesia parla da sé, rivela chi ne asseconda le impennate e ne innesca le scintille, o mette viceversa alla berlina chi inconsapevolmente si autodisarciona. Intelligenti pauca.

Nel suo complesso la raccolta offre una panoramica stimolante per la varietà di voci cromatiche e sensitive, mai  arruffone, o – peggio – blateranti e viscose. In buona misura.

Soprattutto nel momento in cui l’esperienza personale collima con la brillantezza di quella stilistico-letteraria.

Le strade della poesia è un documento da non sottovalutare, che andrebbe analizzato e adottato da quei docenti in grado di filtrare l’olio d’oliva dall’unto di motore.

Farò riferimenti indicativi.

Già soltanto lo chef-d’œuvre della scrittrice Claudia Iandolo, U.S. (una prosa che ti si abbarbica alle viscere, un racconto epocale che si eterna) rende il libro uno scrigno. Alla scontrosa, sanguigna poetessa-ortica di Mercogliano si affiancano istantaneamente Stelvio Di Spigno, moderno cantore un po’ hobos un po’ estetizzato flâneur, tra gli scarseggianti eletti in grado di  amalgamare con sorprendente perfezione la struttura quantitativa allo scorrere narrativo del versofrase, quasi tra Jahier e Pavese; ne apprezzo la formula ritmica e la capacità evocativa che sconcerta a causa della persistenza di una sciogliente (e non risolta) malinconia, spezzata o (mai del tutto) smentita da uno sprezzante distacco che vorrebbe annebbiare l’àncora emotiva; discorso analogo per Emanuela Sica, più rapita dalla prosa teatrale, ma all’occorrenza, come qui, sottratta al sogno del palcoscenico e guadagnata, almeno trasversalmente, alla ri-creazione di una poetica di giunzione; Gianmario Lucini, sapiente interlocutore del particolare autobiografico e di un neo-romanticismo ruspante in Mio padre; tanto e tale affrescatore, di par suo, Marco Annicchiarico da Torino con Prima dell’alba; Cosimo Caputo offre una vera mobilitazione della lingua al servizio del passato che pronuncia il presagio, e del presagio che racconta quanto è sottaciuto dall’interpretazione del passato, come in un diario minimo che si rigenera e si fagocita verso per verso; Giuseppe Vetromile e Salvatore Salvatore sono all’antitesi della scala e dello sfondo sociale (il primo transfùga dall’universo rurale, il secondo impregnato di mito e di immarcescibili icone dall’humus freudiano e dalla coralità quasi gestaltica; Giovanna Iorio stupisce per la dilatazione di un verso essenziale che dispone di un affresco totalizzante, senza svilirsi nello spennellamento da compensazione emozionale; Giuseppe Iuliano è schietto e ruvido, calligrafo allertante del patrimonio mnestico, polemico quanto basta, un ribaltatore di zolle e un custode (armato) del nudo sasso nel campo d’azione culturale: per l’orgoglioso nuscano la poesia è molto spesso una letale scheggia di ossidiana; Roberta Zoffoli agisce sulla chiarìa attraente di un pensiero sfuggito o affidato alle correnti musicate dal simbolismo sensoriale;  Enzo Rega è cittadino del paese straniero (il mondo) con cui / in cui / da cui osserva e scandisce una parola da collezionista occasionale, passeggero disincantato, apolide per troppe ataviche appartenenze, garbatamente respinte per fastidio d’accumulo, inventandosi un alfabeto sentimentale che fa appena appena capolino dall’imperioso contraltare del nitore antilirico nella linea lombarda; caustico, ironico, attualissimo, Giorgio Moio anticipa i disagi, le ossessioni, le nevrastenie politiche di un’Italia che si sfalda e vorrebbe caotizzare i confini verso rinnovati sfaceli, anche umanistici (la sua poesia è un emblema nobile di quel secolare debito di riscatto che certo settentrione estremista e sconsiderato deve alla cultura mediterranea da cui è nato, per cui e su cui ha prosperato); Franco Buffoni e Mariella Bettarini costituiscono i due nomi più illustri, che menano vanto di un’attività scrittoria impellente e anticonformista: il primo nell’asciuttezza di un verso che affiora sapido nel finale e fa della bellezza la vera rosa alchemica della raccolta; la seconda in un monologo-confessione straniato-straniante, che stende ipnotica e canora la sequenza convinta e interrogante.

Mi piace avviarmi alla conclusione soffermandomi almeno su qualche ultimo nome, che gode della mia particolare attenzione, perché governa il logos senza né sfacciate manipolazioni né la pretesa del demiurgo o la corruttela dell’untore: Anna Ciufo con le smorzate (pizzicose) percussioni di Sul sacro palco della terra; Narda Fattori con il palpito crepuscolare/albaceo di Terra d’amare; Mario Fresa, con il suo ferente e armonico La pelle; Raffaele Barbieri con la peregrinante strofa da menestrello intristito e da cantastorie luminoso e sfortunato (Vitigno d’infanzia); Alessandro Di Napoli con il suo rubreo succo vascolare (Qui). Infine, Lucia Duraccio, fresca nata nel reparto ostetricia dei poienauti, con il nòstos odissèo del suo Terra.

Ad altri spetterebbe almeno un passaggio rapidissimo: ahimè, gli spazi di un blog non corrispondono a quella maggiore flessibilità, riguardo all’ampiezza, che si potrebbe considerare ammissibile sul cartaceo di una rivista; né questa nota sui generis coccola ambizioni di supporto monografico.

Sarei tuttavia manchevole se tacessi di taluni giovani di forte promessa, come Domenico Cassese, con la bellissima, struggente Ricorda, appello splendido e pacato ammonimento assieme, e Gerardo Iandoli, esordiente che alterna la reviviscenza all’infrazione ne Il dio che latita tra i vicoli.

AA.VV. – Le strade della poesia – Poesie della terra (a cura di Domenico Cipriano) – Delta 3 Edizioni 2011, pp. 225, euro 15.

Armando Saveriano

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