Logopea

Annoiarsi

In Commenti on 20/04/2012 at 22:27

Costretto agli arresti domiciliari dall’ondata di maltempo che a febbraio ha implacabilmente stretto in una morsa di gelo e di neve l’Irpinia, e dalle condizioni di salute che non mi consentono (più) di compiere eroici virtuosismi pattinando allegramente sui marciapiedi ghiacciati e sdrucciolevoli, mi sono lasciato avviluppare dalle letture, ho composto versi, ho fatto e ricevuto tante telefonate, ho riscoperto i fornelli, ho sognato ad occhi aperti, ma… la quasi totale mancanza del rapporto umano diretto ha pressoché rischiato di mandarmi in tilt (beh, perlomeno non sono andato in apnea culturale…)

Spesso ci lamentiamo di quel che di negativo e di ingiusto ci tocca subire dalla gente cui, a torto o a ragione, attribuiamo la responsabilità di guai e di seccature; Sartre sosteneva addirittura che l’inferno sono gli altri (e noi per loro, aggiungerei io).

Siamo tuttavia e innanzitutto animali sociali, e abbiamo bisogno di contatti, anche con chi non è in cima alla lista delle nostre preferenze. E al di là di ogni ragionevole o pretestuosa lagnanza.

Altrimenti è noia. E facendo di necessità virtù, colgo hic et nunc lo spunto per raccogliere qualche idea sull’argomento.

A chi non è capitato di annoiarsi, sovente anche senza apparente motivo?

E chi è che non teme questo stato d’animo sfuggente, vago, fastidioso, incapsulante?

Beninteso, la noia di cui parlo è ben lontana dall’essere quel trastullo di bambole viziate (io le definisco con un termine dialettale udito in casa mia nel periodo dell’infanzia: cacoje) e di intellettualoidi nullafacenti (lo spleen, ma tutt’altro che quello baudelairiano!), che la indossano come un segno di distinzione, come un termometro per spiriti sovrasensibili, incompresi nell’ostentazione di una suscettibilità da dandy o da artiste di sublime mediocrità e con vite agiate, che di conseguenza se ne fregano bellamente dell’austerity e dei rimedi anticrisi.

Nemmeno intendo occuparmi della noia in quanto stato preponderante o permanente, anticamera della depressione e del crepuscolarismo psichico. Benché nel mio racconto Elogio del blu (Mephite, 2008) io abbia fatto uno studio su una manifestazione di essa, l’hikikomori nipponico, che contagia soprattutto gli adolescenti maschi. Ma l’hikikomori, in fondo, potrebbe anche essere indiziato come una manifestazione di protesta inconscia (forse colpevolizzante e punitiva), o come una forma speciale di autismo.

Voglio piuttosto riferirmi a quello scuro d’anima che ti invade a poco a poco e ti rende oscillante, a metà tra l’abulico, lo sfiduciato, e lo stizzito, di fronte all’incapacità di venirne a capo e di afferrare la nuvolaglia, appallottolarla e gettarsela alle spalle. Non è davvero così semplice, infatti, sbarazzarsi di questo bolo emotivo, di questo vago, impopolare malessere. D’altro canto è difficile definirla, la noia.

Si tratta di un disagio, d’accordo. Andiamo più a fondo.

La filosofia ci viene in soccorso, se ci rifacciamo un poco a Pascal e a Schopenhauer, per tacere di Kant.

Per Pascal la noia, questo ineffabile, insondabile appassimento interiore e percepente, deriva dalla disperazione dell’uomo generata dal peccato originale; ci spinge a una soluzione di divertimento, che a sua volta ci prende per mano e ci conduce, senza che ce ne avvediamo, alla morte.

Schopenhauer sostiene che non appena la sospensione del dolore si allenta, allora subentra la noia, per evitare la quale urge una distrazione; sicché noi uomini passiamo senza soluzione di continuità dalla sofferenza alla noia al passatempo, quindi di nuovo alla miseria, alla noia, alla ricerca di un trastullo, e così via. La noia diventa una prova: cioè che la vita umana è inutile.

Leopardi attribuisce alla noia la nullità di tutto ciò che è; di par suo, Heidegger ne fa rivelazione dell’indifferenza delle cose esistenti. Per questo filosofo è Angst, angoscia. Certo pensiero traccia un filo addizionale con la nausea sartriana, che a sua volta è indifferenza delle cose.

Del resto, nella malinconia di Kierkegaard esiste un’affinità, un senso di accidia infinita, un distacco quasi isterico dello spirito. Per Kant il subentrare della noia è quando il presente smette di pensare al futuro, quando l’attesa del futuro si fa esile, labile, scompare. Kant intuisce che la noia è collegata al tempo a livello duale: tempo meccanico (e calcolabile), e tempo dimensionale soggettivo, che cresce, si dilata, appare vuoto, se non sussiste un interesse che ne fa e/o corrobora il senso e le prospettive.

E Kant si avvicina assai all’etimologia tedesca di noia: Langweile, letteralmente il lungo tempo, che pare – e quindi è – interminabile, qualora non possieda contenuti sostanziali propulsivi, che intrighino mente e spirito.

L’origine francese del termine, ennui, ha una derivazione più familiare con l’etimo latino in odio habere, mal sopportare con ostilità, odiare, detestare. Quindi il carattere bipolare di abbattimento e di intolleranza sfibrante di fronte a questo visitatore scomodo, indesiderato.

Paola Emilia Cicerone, in una sua esaustiva monografia tematica, fa notare un paradosso.

Quanto più la società tecnologica produce stimoli e possibilità di investimento intellettivo – intellettuale anche a carattere ludico, nelle svariate attività che ci vengono proposte, tanto la società umana del benessere reagisce con la noia. Quasi un’epidemia, aggiunge lo psichiatra Richard Winter. Il che ci porta a produrre spettacoli da sensazionalismo, che però alla lunga danno assuefazione, come le mode, e che colpiscono sovente le giovani generazioni, conducendole a condotte anomiche di criminalità, di cui sono zeppe le cronache nere.

Pertanto la noia, come il diabete, scaturisce dall’eccesso di qualcosa di sovrabbondante: in questo caso, dall’eccesso di intrattenimento; il pensatore francorusso Vladimir Jankélévitch, e l’italiano Nicolò Garaventa, ne fanno una forma patologica del benessere.

La noia è una malattia morale, dunque? Propendo per il sì, anche con il conforto del senechiano taedium vitae: ma se è accidia, è peccato; se è percezione del dolore del mondo assume una qualche precipua dignità.

In letteratura, noia confina con bovarismo: essa muove la protagonista del romanzo di Flaubert verso un’implosione dello spirito, un’autodistruzione quasi fatale, da predestinazione. Per Nietzsche la noia è un periodo transitorio (lo definisce la bonaccia dell’anima), prelude invece a una fase di creatività.

Eppure la noia, in sé, può avere un carattere positivo, se e quando fa da catalizzatore a movimento e a tensione di miglioria; se e quando – facendo star male, promanando dolore – dà senso al piacere, lo rende apprezzabile, lo compie.

La noia, secondo sistemi di pensiero orientali, è un’occasione di autoconoscenza (una forma di introspezione, secondo Lemoine); sfida la presenza dei limiti, di cui dà consapevolezza; induce a tentare traguardi impensabili, se messa a frutto. La noia dovrebbe costituire un vettore che mette alle corde la nostra concentrazione su uno o più desideri, ponendoci in condizione di lavorare intorno ai desideri.

Concordo con Lemoine e Garaventa che la nostra vita ha bisogno di interessi sentiti, che generino tensione / energia, in vista di mete evolutive, fossero anche di mero equilibrio interno ed estroflesso all’altro da sé, a quanto circonda l’io. Ritornano Schopenhauer e Kant, nell’asserire che chi è fecondo di interessi, e si prospetta degli obiettivi, sconfigge la noia: essa stessa è il più efficace dei pungoli. Stabilisce una volta per tutte, con massima autorevolezza, la capacità umana di scavalcare l’istinto per far esercizio di consapevolezza raziocinante.

Quanto a me stesso, posso affermare con cognizione e fermezza che la noia di quei giorni lontani dall’associazione, dalla scuola, dal teatro e dal cinema, dai miei ragazzi, è stato un iniziale tormento risoltosi via via con il corroborante e delizioso esigere (e godere) di azioni creative. Tra pulsione e coscienza.

Armando Saveriano

Annunci
  1. Mi stropiccio gli occhi dopo aver guardato per troppo tempo lo schermo del notebook. Non so cosa fare di questo pomeriggio domenicale senza lavoro e senza impegni di relazione, senza affanni lungo i tragitti cittadini degli appuntamenti dei miei figli.
    Potrei progettare il nuovo ponte sullo Stretto di Messina, o proporre ai nostri governanti dove dovrebbero passare i prossimi trent’anni (un posto dove non avrebbero nemmeno bisogno dello stipendio). Se lo sapessi fare, potrei dipingere un murales sulla parete della camera da letto con un prato di girasoli e papaveri rossi sotto uno splendente tramonto in un cielo lavanda e mirtillo. Potrei perfino imparare l’inglese o lo spagnolo.
    Invece perdo le ore cercando uno stimolo semplicemente per riordinare quell’accozzaglia di carabattole e alimentari familiarmente noto come “ripostiglio” o “dispensa” oppure per fissare una grata per il gelsomino rampicante sul balcone. È MOLTO più facile restare in stato “amebico” steso sul divano ad ascoltare Sade, scommettendo su cosa sarebbe più bello tra una scivolata in un acquapark di qualche resort maldiviano o il free-climbing su una parete del Grand Canyon.
    Stufo, alla fine sono stufo della mia pigrizia perché, in conclusione, non so che fare. Mi annoio.
    Eppure vedo intorno a me gente che gioca a carte in un circolo strepitante per il clack delle boccette; disegna sotto un albero del parco mentre il sole illumina a pezzetti quello che immagino sia il bozzetto per la pubblicità di un nuovo frigorifero o un aereo di linea; passeggia sul lungolago succhiando un gelato al cioccolato fondente; sbatte febbrile i polpastrelli sulla tastiera di una console portatile per giocare un videogame che racconta di assassini e cavalieri; raccoglie peperoni e kiwi dal suo orto accartocciato tra tre palazzi di un miliardo di piani e un campo di calcetto recintato da una griglia di losanghe arrugginite; rammenda calzini mentre traguarda da sopra gli occhiali da vista un ragazzo che ripara un trattore; piange leggendo Susanna Tamaro e ascoltando in cuffia Biagio Antonacci oppure ride con Pirandello e Vivaldi; studia Aristotele passeggiando per la stanza, o idrodinamica appeso a testa in giù dalla sponda del letto a castello, o le derivate prendendo appunti a matita sul margine del libro; guarda nel multisala Battleship tifando per gli alieni, o si acciglia in “piccionaia” perché non capisce una sola battuta de “La cantatrice calva”.
    Con così tante cose da fare mi chiedo con quale coraggio possa arrivare ad annoiarmi tanto da innervosirmi e bisticciare con tutti gli oggetti inanimati della stanza?
    Ma anche in questo penso di essermi sbagliato, perché tutti quelli che ho visto scrivere, leggere, studiare, disegnare, ridere, giocare, correre… (mamma mia: ho il fiatone!), prima o poi sono passati o passeranno attraverso quello stato d’animo del: «E adesso che faccio?»
    Sì, dopo aver giocato a biliardo il solo pensiero di leggere Fabio Volo ci fa venire la psoriasi e pure un attacco di orticaria, o la prospettiva di far sobbollire la marmellata di amarene ci fa colare sudore freddo lungo la spina dorsale.
    Perché, magari, e/o forse, la nostra indole sportiva mal si concilia con i gorgheggi dell’Aida e il nostro amore per l’archeologia ci fa inorridire davanti a un cacciavite e a una presa elettrica annerita dagli sbuffi di un cortocircuito.
    Talvolta basta un amico che fa gracchiare la suoneria del citofono a sbloccarci, ma molto spesso siamo solo noi stessi ad essere giudici pessimisticamente lungimiranti più del dovuto sulla riuscita dei tanti, TROPPI, diversivi che ci affollano la mente.
    No, ballare mi stanca.
    No, a Trivial Pursuit perdo tutte le sfide.
    No, fare la ricerca sugli orologi è solo una perdita di tempo.
    No, Catone è un deficiente.
    No, per andare all’osservatorio a contemplare l’eclissi di luna rossa devo fare un sacco di strada con decine di tornanti che annichiliscono qualsiasi medicinale antichinetosico.
    Nooo, l’aperitivo al Bar del Corso no! Se mi scappa, devo tornare a casa perché quel bagno è un vero cesso!

I commenti sono chiusi.