Logopea

Flash e volti intorno all’io

In Libri on 29/04/2012 at 15:00

La fluviale produzione del poeta di Madonna Dell’Arco non ha mai disatteso il lettore.

L’approfondimento del linguaggio ha tracciato un itinerario sapido di interesse e di scoperte parallelamente al senso dell’essere. L’io poetante si intromette e si estroflette nel corpo di una materia verbale che tesse e ritesse echi, che entra ed esce dalla prosa e dalla lirica, talvolta da accenti epici modellati su un’impalcatura di blando sarcasmo o da una cartilagine di tenera malinconia, come appena filtrata dalla gola del tempo capovolto.

Gli approfondimenti espressivi sono maturati grazie all’efflorescenza dei caratteri figurativi: creature talmente convenzionali da apparire paradossali, sfortune rassegnate al proprio rannicchiamento nel tunnel crepuscolare e apatico di un quotidiano seriale. Su tutto il sospetto – laddove non la convinzione – d’essersi resi complici di un destino frustrante, dove ogni speranza fu abbacinamento, ogni tentativo di fuga e/o di riscatto una distorsione del solito girone infernale dell’anima.

A tratti il mondo operaio sembra una Spoon River collaterale, dai cui sottofondi meccanici e automaticheggianti emergono personaggi senza più attese, cittadini e compagni di cartacarne raramente nostalgici di un sogno inattingibile, ormai rarefatto, quanto un fotogramma sovresposto, enfiato dall’umidore degli occhi della mente.

Giuseppe Vetromile penetra nelle coscienze, se ne fa conoscitore senza pretese di giudizio o traguardi di verità: lo fa agevolmente, si muove nella cautela di un passeggio curioso e ragionato, che non offende, non amplifica, non esaspera il paradigma delle miserie e delle angosce che gravano sull’uomo moderno, sui figli della fabbrica, dell’officina.

Egli raccoglie confessioni, o le ricostruisce da un’occhiata, dalla piega di una bocca, dal tremore di un gomito, dall’irrigidimento di un polpaccio, da un sospiro troppo a lungo trattenuto.

Ed ecco emergere, in questi Ritratti in lavorazione, pagine rarefatte e sanguigne, delicatamente pennellate o a tratti insistiti col gessetto ocra: come rimanere indifferenti a Ginestra C. (donna delle pulizie), a Maria (la segretaria), ad Aligi o a De Fusco Giovanni (operaio della terza linea)?

“Al mattino trapassa i cancelli, / si muta subito in tuta, unge le rughe / A volte riavvolge vecchi motori / Nel break si prepara un caffè, / circoscrive l’aroma, / il cuore ormai da tempo svalutato” (il manovale Caiazzo); “Aspetti una vita che esca il sole / sul mattino di latte, aspetti che / muoia la vecchia valvola d’ottone / da millenni qui scartocci cellophan / Scopri abissi negli armadi / Non ti fidi dei colleghi / A sera / non visto / te ne vai gelido / lungo i sentieri della tua amica luna.” (il signor Empedocle C., addetto tecnico); “Il mio nome è Salemme, / magazziniere integerrimo, costante, preciso. / Per una vita ho elargito pezzi di ricambio / ma non conoscevo ancora il sapore del cielo / Dimentica, anima mia, il solito giro della spesa: / noi fantasmi abbiamo nelle tasche altro pane, / altro sale…” (Salemme, il magazziniere).

Dalla ritrattistica empatizzante, il poeta trasferisce attenzione ed estro nella diaristica casalinga: la meta raggiunta, magari sospirata, forse non è un soddisfacente approdo, dopo il commiato dallo stabilimento. Ciononostante si tinge di chiaroscurale addensarsi d’atmosfere e immagini ancora spendibili, a condizione d’aderire al nuovo ordine del cambiamento, che a modo proprio alimenta per lui un’altrettanto feconda tensione morale.

“Io cerco altre cose. Indietro nel cuore: per darmi / una vita, mi basterà il suono del silenzio / nel ruggito del giorno, o un brivido di vento / nel fragore di tamburi che battono / sugli inutili perché dell’infinito”.

Giuseppe Vetromile – Ritratti in lavorazione. Poesie del disincanto e del salarioEdizioni del Calatino 2011, pp. 63, euro 10.

 Armando Saveriano

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