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Impronte digitali

In Spettacoli on 24/05/2012 at 10:16

La condizione esistenziale è stata indagata dalla filosofia e dal teatro, oltre che dalla letteratura e dalla psicanalisi. L’argomento è affascinante e perturbante perché ci tocca nell’intimo: quante volte riconosciamo nei tic, nelle paure, nelle nevrosi altrui lo specchio del nostro dire, pensare, fare?

Nella nostra vita, a partire dall’infanzia, si verificano avvenimenti, accadono cose che lasciano il segno: non di rado si tratta di veri e propri traumi, i più insidiosi dei quali agiscono sottocutaneamente senza che – in apparenza – ne siamo coscienti: invece fermentano, per poi rivelarsi dolorosi o addirittura esplosivi fino all’annichilimento.

Noi siamo quel che abbiamo subíto, e quel che a nostra volta facciamo subire agli altri. Pare che l’uomo abbia la vocazione sulfurea ad armare denti e artigli contro se stesso: le abusate espressioni homo homini lupus e l’inferno sono gli altri hanno una valenza tagliente quanto lo è la verità. Anche quando invochiamo Dio, ci basta sottrarre la dentale per ottenere la nudità dell’io che noi siamo e imponiamo agli altri, spesso con sottile violenza.

Il demonio che in parte incarniamo sfoggia un sorriso e usa modi affabili affinché la dannazione che trasmette sia gradevole e allettante. Dentro di noi portiamo ferite; sulla pelle, ma invisibili allo sguardo, altrettante Impronte digitali che, a chi sappia vederle o intuirle, raccontano tutto di noi. In particolar modo, quel che non confessiamo apertamente.

Ma il corpo parla, gli occhi non nascondono, gli atti dichiarano i pensieri più nascosti. E noi siamo i più implacabili giudici di noi stessi. Vorremmo mascherare o distruggere questi inasportabili e incancellabili segni, ma l’intento è vano e la frustrazione ci induce a morderci la coda. Siamo uomini e donne lacerati, vittime della nostra condizione di esseri duali.

Un grande poeta greco cantava, nei suoi versi, che le donne, per condizione genetica, e purtroppo per una sorta di vocazione a donarsi agli altri – soprattutto a quelli che ama – con una punta di autolesionismo, sono le creature che su questa terra soffrono di più.

La letteratura è piena di esempi di eroine e di antieroine struggenti a causa delle proprie contraddizioni, vittime di melodrammi e di passioni fatali. Basterebbe citare Madame Bovary, Hedda Gabler, Marina Crusnelli di Malombra, o personaggi reali come Ingeborg Bachmann e Amelia Rosselli (per tacer della cronaca nera, con la contessa Casati e la sventurata mamma di Cogne). L’amore, l’illusione, la sofferenza minano queste donne insoddisfatte di se stesse e del mondo in una serie di atti che ne calpestano la dignità, ne compromettono l’equilibrio psicologico, le esiliano dal contesto sociale anche quando il bilancino della giustizia pende dalla loro parte.

Una lente d’ingrandimento – o forse l’occhio impietoso di uno scandaglio intrapsichico – svela i segreti, le angosce, i dubbi irrisolvibili, ma nello stesso tempo individua quelle risorse inaspettate che consentono il riscatto da un’esistenza in penombra, costellata di sbagli propri e altrui. Si finisce immancabilmente con il pagare un prezzo esoso, anche soltanto per l’effetto di mancanze, crimini e colpevoli viltà.

Sabato 26 maggio alle 17, presso il Centro Sociale Samantha Della Porta di Avellino, l’Associazione Culturale Logopea darà vita a Impronte digitali, una sorta di psicodramma durante il quale figure emblematiche di donne interagiranno offrendo animi snudati, cuori messi alla prova, esempi di coraggio e fughe nel rifiuto di ammettere e di patire l’affilatezza del coltello brandito dal destino.

Le operatrici di questa performance terapeutica, introdotte da Armando Saveriano, saranno le attrici Maria Grazia Colucci, Tiziana Correale, Antonella Di Gregorio, Cristiana Mangiusti, coadiuvate dall’assistenza tecnica di Roberto Flammia e dirette da Giovanni Vesta, che le muoverà sulla scacchiera del possibile e dell’impossibile.

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