Logopea

Generazioni future

In Commenti on 28/05/2012 at 11:39

In qualità di educatore, ed inguaribile scapolo paterno, ho sempre preso le parti dei giovani.

Si dà invariabilmente la colpa alla società. Non offre sbocchi per il lavoro, non sa dispensare intrattenimenti costruttivi, soffre di sfiducia e di pregiudizi nei confronti degli adolescenti e degli over 18.

La realtà parla chiaro, purtroppo: magari potesse essere smentita!

I nostri figli e nipoti, i nostri allievi, sono apatici. Inconcludenti. Abulici. Privi di interessi, se si tolgono le figurine a undici anni, il cellulare, la maglietta sfiziosa, un calcio al pallone, un’occhiatina alle pubblicità su Boing, l’attitudine delle ragazzine a somigliare a ridicole lolite, passeggiate per il corso e festicciole, amorazzi a sprazzi, della durata di un lampo scialbo.

Che pena! Lo dico senza indugio, senza l’affranta ipocrisia di certi miei coetanei giocati dalla vita, smorzati quanto i giovani che giudicano e che disprezzano, ma non cercano di capire, redimere, spronare.

Il virus della nullafacenza nasce e si trasmette in famiglia, dove genitori nevrotici e sbadati tutto concedono per farsi perdonare afasie, latitanze, disaffettività, e specialmente separazioni e divorzi in netta, preoccupante ascesa.

Un tempo imperava il mito della famiglia felice, nido e focolare protettivo, dispensatore di principi e di sana moderazione. Altresì era diffuso e difeso il culto della scuola come tempio del sapere, bilancia morale, timone per la vita.

Confesso di averci messo fede, avendo goduto il privilegio di una famiglia presente a cui nulla posso onestamente rimproverare. La delusione scolastica non fu per me clamorosa e demotivante. Ebbi i miei torti, appuntii sventatamente le mie arroganze controproducenti.

Miti, dicevo. Miti, appunto. A cui aggrapparsi, magari nel tentativo di affermare e tutelare valori già vacillanti, responsabilità fugate o comunque precarie.

Oggi il fenomeno dell’indifferenza giovanile a tutto quanto non sia sfrenato edonismo (ma anch’esso scadente, di contrabbando) e oppiaceo consumismo assume proporzioni allarmanti. I genitori paiono non accorgersene, non darci peso: meglio tirare a campare, gettare la paghetta per i capriccetti come l’osso al cane, garantire jeans, bibite e merendine ipercaloriche, sapere che i propri rampolli ciarlano al telefonino con l’amichetto del cuore o con la squinzia del momento. Internet sostituisce la tata e la baby sitter. Gli sms costituiscono l’unica forma di scrittura (ovviamente sgrammaticata) superstite, e praticata con maniacale assiduità.

I papà complottano per stare il più lontano possibile dalle sfibranti mogliettine cotonate, che sanno rifarsi il trucco ma non il letto, ordinano in rosticceria pollo e arancini perché cucinare le deprime, e usare la lavastoviglie è troppa seccatura. I ragazzi, quando non spendono e spandono astute e articolate bugie per giustificare la poca o nulla voglia di studiare, e non si rimbambiscono al computer, fingono di esigere ascolto e chiedere affetto per poter meglio ricattare adulti che non vedono l’ora di sbarazzarsene con una banconota da dieci euro, e una raccomandazione poco convincente, bastevole ad acquietare un latente senso di colpa.

A scuola, gli insegnanti timbrano il cartellino e affrontano le piccole pesti con negligenza e approssimazione, sia disciplinare, sia culturale. A volte alzano la voce, consapevoli del putiferio che i genitori scateneranno in presidenza, di fronte alla lacrimuccia della figliolanza traumatizzata.

Questi cari genitori, che se sufficientemente abbienti da non essere schiacciati dalla crisi pensano al macchinone, al cambio dell’arredamento nel quartino di proprietà, al ristorante e al pokerino fra amici superficiali e sparapose, per tacer della smania vaudevilliana per la villeggiatura. L’imperativo categorico è: o le vacanze o la morte! Al mare, naturalmente, in una delle casarelle che hanno tutti quelli che piangono fregando chi ride; con settimane bianche distribuite qua e là; questi genitori, fricchettoni e cacoje, non fanno che lamentarsi di tutto, sputano a bruciapelo invettive spaventose e poi cuciono la morale al professore, cui sfugge il cacchio in classe, di fronte agli angioletti informati alla perfezione su sesso e rock’n’roll.

Che tristezza quando le mamme in particolare svolgono la professione di docenti, assistenti sociali e avvocati! Molte di queste bambole allontanano i figli da qualche larvato interesse pur di non mettere a repentaglio le loro comode e dispendiose ferie in località alla moda, assieme a comitive schiamazzanti e allegrotte, parimenti frivole e tignose.

Alla defezione genitoriale, e alla propensione al compromesso nelle scuole, fa da supporto la pubblicità a vagonate che, lavorando sul subliminale, infarcisce di voglie indotte e rende scintillante, irrefrenabile il desiderio per inutili e dispendiosi bisogni, vere fate morgane medianiche e ipertecnologiche. Una potente droga e un imperdonabile delitto sono la sorridente, sorniona e massiccia istigazione agli acquisti compulsivi. Sicché i figli si trasformano, in un batter d’occhio, nel clone dei loro dissennati e fatui genitori. Ex viziati viziosi che viziano.

I bambini, i ragazzi, i giovanotti prosperano nell’ignoranza e nell’inerzia; si animano solo sbevazzando birra e alcolici, e puntano maldestramente all’altro sesso composto da fanciulline conciate come esperte adescatrici. Tredicenni che schiamazzano, imprecano, si ubriacano come spurgo di quartieri degradati. Fra di loro ragazze e ragazzi sono feroci: sanno essere letali, distruttivi per gli adulti più deboli e scrupolosi e per i coetanei ancora puliti e sprovveduti. Si tratta di un bullismo meno manifesto e meno dichiarato, perché punta sulla demolizione psicologica, servendosi di razzismi, settarismi e abili calunnie. Non di rado la… vivacità sfocia in rissa, scattano i coltelli, compaiono rivoltelle trafugate ai papà poliziotti.

Questi ragazzini mi fanno compassione, nel senso della tenerezza. Ma da un po’ di tempo in qua mi fanno anche orrore, perché saranno i protagonisti supponenti e impreparati della prossima classe dirigente: popoleranno banche, ospedali, aziende e centri assistenziali. Saranno a loro volta padri e madri sempre più manchevoli, intolleranti, imbelli e castranti; magari iperprotettivi, sciagurati agenti di permissività ad amplissimo raggio.

Nell’associazione Logopea si contano fortunatamente famiglie perbene e figliolanze decentemente impegnate, con più di un interesse, sebbene da un paio d’anni a questa parte anche la stessa associazione registri allentamenti, diserzioni, rinunce, atteggiamenti indisponenti, indisponibilità tanto malgiustificate quanto ingiustificabili. E manchevoli sono per primi i genitori, che non intervengono alle manifestazioni comunitarie dell’associazione a cui appartengono, neanche se supplicati in ginocchio o messi sotto il tiro di una vecchia ma efficiente carabina. A stento si fanno vedere se ad essere coinvolta è la propria prole. Ripeto: che pena! E che vergogna…

L’aspetto più doloroso è che noi cominciamo a scoprirci sfiduciati, con le forze sdrucite e gli entusiasmi coperti di ecchimosi; la tentazione è quella di non correre dietro a nessuno, per acchiappare fantasmi inafferrabili e ostili.

Ma sappiamo – e lo dichiariamo senza ostentazione di maniche rimboccate su enfatici eroismi – che persevereremo contro i mulini a vento, che non desisteremo, nelle ferrea convinzione che pur qualcuno di questi giovani e di questi genitori afferrerà il senso della pur tardiva responsabilità. Della pur scomoda e impegnativa solidarietà.

Armando Saveriano

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