Logopea

Perché Logopea

Logopea: denominazione non casuale.

Proviamo a scindere la parola nei due termini che la compongono: logos e poièo. Provengono entrambi dal greco antico, come del resto era facile supporre.

Logos assume svariati significati, oltre a innumerevoli sfumature di senso: ragionamento e facoltà stessa di raziocinio; parola, e quindi argomentazione; verità del discorso e del pensiero; altresì principio dell’ordine cosmologico-umano; legge del mondo, dell’essenza di quanto esiste; senso etico innato; diritto e tant’altro ancora.

Tralasciando le ascendenze e la penetrazione filosofica (Eraclito, Aristotele, Parmenide, Platone, e poi Hegel, Gentile) e la teologia cristiana che ne fa presenza di Dio e suo Verbo operante nell’universo, logos è unità che travalica il tempo, che si pone al di sopra delle culture, irraggiando valenza ideale e materiale.

Poièo, prima persona del presente di poièin, verbo polisemantico genericamente paragonabile al nostro “fare”, equivale, tra le molteplici sfaccettature, all’adempimento di un atto creativo, anzi dell’atto creativo; è dunque questo il significato primario, quello che potentemente prevale su ogni altro: adempiere l’atto creativo. Poièo: “io adempio l’atto creativo”, “io creo”.

Qui la “poièsi” è il momento ineffabile della creazione artistica (intuizione o mitica daimonizzazione, “invasamento del demone dell’estro”) e nel contempo formazione, produzione.

Logopea, dunque, uguale forza, efficacia, fascino (etico/estetico) della parola intesa come motore; una parola viva, metamorfica, dalle risorse poliedriche, figlia dell’intelletto e madre fruttuosa.

Il celebre poeta americano Ezra Pound pensò all’accostamento dei due termini in una geniale coniazione neolinguistica: durante la sua lunga esperienza (soggiornò anche a Parigi) coltivò l’opera straordinariamente moderna di un anomalo maudit, Tristan Corbière, artefice e ironico demiurgo di un verso mobile, dissacratorio, dal lessico complesso sul filo del sarcasmo anche caustico.

Grazie alla crasi dei due termini, con l’azzeccato neologismo Logopea, Pound sintetizzava la poetica di Corbière, sottolineava il rigoglio di sottotracce nella poesia degli “Amours jaunes”; pertanto, il termine contiene ed estrinseca la specificazione di spazio bianco, di leggibilità oltre il non detto o l’apparentemente detto, in un gioco di rimandi insospettati, di decriptazione, in un vero e proprio intrigantissimo “scavo di miniera”.

Quasi il destino e le funzioni fossero latinamente insiti nel nome (nomen omen), Logopea parla di scrittura a tutto campo e di un teatro di parola “eletto”. Senza forcipe, esercita la sua maieutica fino a portare alla luce quel che già è in embrione ed è maturo per il proprio divenire (“diventa quello che sei”). E da trent’anni r-esiste e per-siste sul territorio, pienamente orgogliosa della propria autonomia.

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Armando Saveriano